“Galgüt a corona” – Un poemetto di Danni Antonello

Sapessi la specie di gusci dormienti
busseresti sei volte al cancello del bosco
chiedendo in segreto
svuota la cesta.

I.

Il grafico della febbre nega le ipotesi
si piega alle cose per quello che sono:
il soffitto si è fatto farina
e macina larve e vive
incubatrice di falene.
Porgi loro la destra,
lo dice senza vergogna
l’ordine del delirio,
invitale al gran ballo –
al diciotto, via dell’erbario –
per gli spilli
aspetta il plenilunio.

II

1.
Dietro le bende i falsari vanno limando
rughe posticce. Galgüt le ha tirate
da una cesta di alghe portatrici di febbre
ché la faccia sbendata del circo
ha il ghigno cattivo e obliquo
degli indomati.

2.
Una dracma bucata – la tua giovinezza,
maestà, ti insegue suonando catene –
la nostra miseria di belve e le ostie del domatore.
Il ginocchio affamato dell’orso è gratitudine comunque.
Pare che basti ad un’altra stagione incline.

III

“L’anima al diavolo per tornare nel bosco
a bere quel latte”. Desiderava.
Ma l’aveva già data.
Due volte è proibito
armare le ossa di una
singola ombra.

Ad ogni modo, e per ogni evenienza, i magazzini degli speziali nella fiorente città di Hellen conservano scorte inesauste di succedanei, uguali e contrari. Uguali e contrari.

IV

Ad ogni metro bevuto un quarto di buttamondo,
un confetto d’argilla e un pugnetto di segala,
eccoti la corona, ed eccoti il senso,
la combinazione dei singoli cosa.
La prima persona plurale
se vale lo scambio
ne dia testimonio:
senno per luce, anna per storia,
i semi recinti di nuovo corona.

V

Per chi va restando
nel basso contagio delle radici,
le mangiatrici, bianche e feconde,
ascolta, arciere di sale,
una preghiera di sale.
Sono madri alla questua e implorano
che un qualche immortale
anche da poco
copra di edera
l’intero corteo d’untori.

VI

Al verso marziale della locusta nel deserto
provò a somigliare il passo più lesto
ma un fante a cavallo non fa un cavaliere.
Sopra la casamatta un corvo conta cartuccie
e salva bandiere… conta di nuovo,
qualcosa non torna, la locusta nemmeno.
Un bambino antenato le ha strappato le zampe,
ora salta da ferma: almeno il suo verso è salvo.
A noi la tragedia d’un tempo senza tragedia.

VII

L’asso di quadri sulla schiena
è la macchia bianca del basilisco –
una casa oltre ogni antidoto.
Una casa ormai divelta
dove la belva, già vendute le unghie
lucida scatole e acciai
per i mercati di Odessa.

E allora rispondi, strozzacavalle,
ritròvati in gola gli incendi e le ossa
degli incendiati,
ti salva la rabbia, la rabbia
ti salva, l’ossidrico nella trachea.

Anche senza più storia qualcosa brucia,
vedete voi dove.

VIII

Raduna gli abili
allo scoglio senza corona,
l’unico dato, scoglio
dell’unica terra; osserva:
un punto disegna diverso –
qualcuno ha levato l’indice in alto
ma non è l’uomo del tradimento.
È qualcuno, infedele all’infedele.
Dunque: qualcuno, comunque.
Tu stendi la vela
se basta un’unghia a farla cadere
navighi anche la roccia.

foto danni


Danni Antonello è nato nel 1978 a Cittadella, in provincia di Padova.