Lʼinappagabile. Appunti a margine dei “Fiori del mare” (1984-2014)

Civile21.
O la poesia è unʼarte dellʼesperienza oppure, semplicemente, non è.

2.
Prima parentesi. Penso a “Civile 1”, una performance di Yesenia Trobbiani (Macerata, 2014; a cura di Yann Marussich). Una giovane donna, dai tratti somatici nativi americani, peruviani per la precisione, recide i suoi lunghi capelli con una forbice di ferro. Li deposita a ciocche, sopra unʼasta di legno depositata ai suoi piedi. Si china a terra, poi, per cingerli nel linguaggio Incas dei nodi, il “quipu”. Si rialza. Solleva lʼasta, come un vessillo simbolico. Il suo volto è trasfigurato nel silenzio di un paesaggio cementizio di provincia italiana (anni Novanta o Duemila). Il suo aspetto di ragazza “europeizzata” ora è mutato nelle forme di un messaggio antico che il pubblico della performance non sarà in grado di cogliere.
Ha parlato. Non ai presenti.

3.
Il linguaggio alfabetico sovraesposto ha esaurito la sua incidenza. Ogni formato di divulgazione linguistica si neutralizza automaticamente (meccanicamente) nel rumore di fondo evolutosi dal brusio mediatico della televisione al flusso semantico virtuale del web. In questo accumulo bulimico di segni alfabetici e verbofonici una lingua del silenzio appare forse come lʼultima ipotesi di salvezza che ci è data.

Una lingua del silenzio. Non uno “stare in silenzio” ma un “adibire il vuoto”. Per abitarlo. Essere in in grado (nella grazia) di silenziare lʼabbaglio storico. Nel vuoto appare un oggetto e in questo rapporto tra spazio e visione la vita umana torna a significare. Il corpo della performer è una voce che muta. È una voce muta, anche. Ogni suo gesto è la traccia segreta di un “linguaggio ideografico in movimento”.

Così è la poesia (il “gesto” di un “suono”), questa nemica naturale della comunicazione (trasfigurando la definizione storica di Quasimodo, che volle i filosofi i “nemici naturali della poesia”).
Non logica concettuale della sintassi, dunque, ma “evocazione fonica di immagini”. Così sono i “quadri parlanti” (p.5) di Gianni DʼElia, questi Fiori del mare che il pubblico italiano non sarà in grado di cogliere.
Ha parlato. Non ai presenti.

4.
Dico “pubblico italiano” e intendo la colonia estiva degli addetti ai lavori. Questo collegio di professionisti del linguaggio (di Stato).
Nemico dello “Stato” di cose (il linguaggio) è lo “Stato speciale” (o orfico) della poesia, quale evocazione fonica di immagini. Questo è il “motivo” reale (speciale) dei Fiori del mare, questo puro libro per baudelairiani…

5.
“… che conosce lʼApocalisse, ma aspira alla Palingenesi.” (parole dellʼautore, da una conversazione privata).

6.
Il poeta invita al viaggio. Il viaggio si svolge lungo tredici sale. La “Sala del preludio”, la “Sala dei primi fiori”, la “Sala degli esercizi dal vero”, la “Sala della rêverie”, la “Sala dei ritratti”, la “Sala dei fiori proibiti”, il “Salone del cuore della città”, la “Sala dellʼelegia e del madrigale”, la “Sala dei viaggi”, la “Sala del lungo tema”, la “Sala della nostalgia”, la “Sala del paesaggio della stanza” e la “Sala dei congedi”. Come un ambiente installato il poema è un tragitto dove “Lo spettatore che chiama” (p.6) non riceve “concetti” sintattici ma “visioni”. Egli vede (attraverso il suono). Egli attraversa il suono.

7.
La lettera “M”. Mare, mistero, madre, mito. Musica. Un elemento vibrante, questa lettera che è il suono anche della meditazione (dallʼOM delle trascendenze orientali al nostro “Uhm…” meditabondo e infelice). Approfondendo le fonti si dovrebbero trovare informazioni, persino, sul primo ideogramma rupestre che nellʼantichità dellʼuomo originario (e originantesi), nella trasformazione del pittogramma in idea (nella scoperta, cioè, dellʼarte e del pensiero), intese il tratto di una “M” come il segno ondivago delle acque. Il simbolo del mare.

Non è neppure un caso, forse, che una delle ultime teorie della Nuova fisica, il cui obiettivo è quello di unificare le discordanti teorie delle stringhe in unʼunica ipotesi di legge che, tradotta in termini comuni, dica: “Tutto è musica” e “Vedere la materia altro non è che il nostro modo di ascoltare la grande sinfonia del mare madre universale e vibrante”, abbia assunto per nome “M-Theory”. La teoria “M”.
(O forse sì, è un caso. Ma forse, anche, nessun caso è realmente casuale?)

8.
Naufragando in altre fonti potremmo rintracciare, infine, nozioni circa lʼeducazione musicale giapponese (o di altri territori dellʼOriente) ove lʼascolto, specularmente allʼabitudine occidentale di “seguire il tempo”, il ritmo cioè guidato dal battito, di cui il silenzio è solamente una “pausa” (una “interruzione”), si fonda essenzialmente sullʼadesione sentimentale al “vuoto”.
Ascoltare il silenzio come una presenza. Stare in silenzio, stare nella presenza. “Nella presenza, sempre dellʼassenza” (p.153).

In unʼepoca implosa (o esplosa) dove lʼegemonia del “niente sovraesposto” colonizza i nostri inconsci individuali massificandoli nella “saturazione” (facendosi TUTTA LA PRESENZA, TUTTA LA COMUNICAZIONE DEI PIENI) occorre emergenzialmente abitare (trovare; reinventare) una nuova lingua del/nel silenzio…

E questa tua rosa, senza terra,
se a una corolla dà smalto,
dapprima tutta muta in serra,
poi al chiuso cresce ed al caldo…
[…]
Germoglia lentamente come idea,
si compie come un ciclo di marea… (p.9)

9.
(… in cui fare ritorno, anche, al dolce chiaroscuro delle ambiguità semantiche, alla polisemia della parola poetica, sorella della “vita infinita” oggi scissa in “funzioni”/in ”finzioni”.)

10.
E si prepari alla bocca una voce,
leggera e cupa, accecando […]
[…]
per le vane parole ed alte
sopra il frastuono grande della terra… (p.10)

È chiaro cosa intese Jean-Luc Nancy scrivendo che la poesia è un “togliere” e non un “aggiungere” parole. Essa si dà in “levare” e non in “battere” (tornando alla nostra allegoria musicale). Si esprime in elisione. La sua esistenza è una pura resistenza contro il linguaggio. Silenziare, accecare. Per cantare e vedere.

11.
Sguardo sul mare, sguardo sul latente,
se non è ancora una filosofia,
è un primo germe, indubitabilmente,
allo stato nascente, sulla sua scia…
Noi che viviamo una vita espressiva,
nellʼesperienza delle cose prime,
dentro alla dittatura comunicativa,
che nella rete illude quanto opprime…

Lirica. Ibrida. In polimetria e libertà rimica trobadorica, dove la rima muta agevolmente in assonanza. Data una norma la vita assume senso nella sua infrazione e variazione spontanea. Ciò che conta adesso è il flusso musicale, non un ritorno allʼordine, ma un ritorno alla canzone. (Nella vitalità dellʼimprovvisazione, che ciò che non cerca trova.)

Non metto nei miei quadri tanta ricca pittura,
né più alti argomenti ricerco nei miei versi,
ma di questo luogo seguendo i più diversi
fatti buoni o cattivi, io scrivo allʼavventura,
nientʼaltro che diari, o forse commentari,
AMICIS ET NE PAUCIS SEMPER GRATUS… (p.50)

Musica e mare. Musica del mare. Placenta dove affonda la città (di Pesaro, come in Vox Pisauri, una città-mondo sepolta in un passato-presagio di allegoria presente). Qui riemerge un uomo cantando.

Oh, soltanto in questa musica viva,
sul pentagramma delle crespe sciolte
come solchi di marea contadina,
trovano pace le note sconvolte… (p.58)

12.
Lʼinappagabile.
Ma lʼuomo che canta desidera. E nella morte della polis non la prosa di unʼautopsia ma la rosa del sogno folle e mite, dove un angelo salvifico annuncia un altrove oltre la fine. Così di Poe in Baudelaire, e di Benjamin in Marcuse, il canto intriso di DʼElia si fa speranza inappagabile nella rovina.

La nave andava a picco per la poppa,
ed io sognavo, tra le mille bolle,
tante fanciulle bianche, con la bocca
ridente, colar giù in fondo alle onde…
[…]
Ed una voce […]
[…]
A naufragar nellʼessere invitava

Qui inizia il viaggio, nel cuore profondo del poema. Ulisse esce dal mare ed è un Jim Morrison rinato come nellʼincipit del suo unico lungometraggio, “Lʼautostoppista”. Folle. Solitario. Ebbro. Isolato dallʼambiente letterario, che non potrà mai più comprenderlo (scambiando automaticamente, come per un tic di auto-proiezione inconscia, la ricerca del “passato-presente” per nostalgia e la critica del “presente-passato” per ideologia), può finalmente aspirare, adesso, a comporre il capolavoro musicale di questi anni. Egli fa lʼautostop e guarda. Da un finestrino. Di un hotel adriatico. Di un battello. Guarda. Guarda… Il voyeur… Verso un oltre confine dove appaiono, lontani dalla realtà socializzata delle relazioni apparenti (e delle lettere), gli angeli silvestri della rivelazione storica.

Ecco lʼermafrodito, il doppio stampo,
il giovane Idolino d’oro bruno,
fuso alla Ninfa dal bel corpo bianco
nella fronte del muliebre profumo…
Ecco lʼamore folle e proibito,
dio ebbro del pericolo sfiorato
dal desiderio languido e infinito,
lʼenigma di chi tocca ed è toccato,
ossesso gioco dʼanima divisa
per lʼeteronimo del nostro errore,
simulacro dorato e ombra sfinita
dʼesser nascosto Tiresia nel cuore…
Ecco la Vita, un gran desìo ardente,
e inappagato, un godere sfuggente,
frustrato, e più rimosso, eternamente,
lo stesso assurdo stimolo di sempre…
Ecco il fiore notturno dello sbando,
nella tragedia dʼesser due in uno,
carne segreta e fantasma del fianco,
sepolto Ambiguo, spoglia di nessuno…
[…]
Ecco la Terza Creatura, che risale
lʼesistenza marina del Diverso…

Lʼambiguo, come paradigma epocale. Nel mare notturno e fondo della carne inappagabile un desiderio infinito di Diversità assoluta si innalza contro lʼEternità degli astri di Blanqui e Baudelaire. Essere e guardare: una terza vita; oltre gli aut aut della fisica classica deterministica e determinante. (Oltre la fisica classica, della borghesia che muore.)

13.
La nostra critica poetica è borghese. Illuminista, tuttʼal più, come nel nome di una sua nota rivista, da sempre ignora che è dalle pieghe del Seicento che sorse il germe mistico del movimento operaio cui crede, fraintendendolo, di dar voce di erede. Se tale germe si è insediato, evidentemente, nel corpo storico della Sinistra luminare francese, lo fece da parassita, per necessità. Come uno straniero, che doveva pur sopravvivere alle avversità di un ambiente. Ma quel corpo non gli appartiene. E con esso il suo Dio: il Tempo.

14.
La nostra critica poetica si inchioda alla sua scienza supponendo un irreale darwinismo letterario. In esso incapsula la sua ovvietà e neutralizza ogni difference. Il suo solo argomento è una Storia della Letteratura. Essere al passo con il Tempo scandito dai Campanili accademici delle capitali del Capitale è la sua ovvia nevrosi.
Così ha fatto di Marx un docente universitario.

15.
La nostra critica poetica disprezza il sentimento, tradendo così il proprio odio di classe. Ogni entusiasmo la ripugna dacché la sua nevrosi non può sopportare alcuna vitalità. La nostra critica poetica depreca il musicale, poiché è la Musica che sfugge al Tempo (prendendosi gioco di lui). È lʼapollineo di Stato contro il dionisiaco popolare.
(Orfeo, tuttavia, è sempre altrove. Non si consegna alla scissione dualistica. Né rinnega suo padre, il Sole.)

16.
Da tutto il grande dʼoggi il vero è assente,
ma poi il silenzio del sole ti prende… (p.86)

Il “Salone del cuore della città” è il perno apparente del poema, dove al “mistico” fa riva (e rima) il “consumistico”, con i suoi morti del crimine e della decomposizione ludica italiana, tra le stragi della discoteca ed i naufragi clandestini in mare. Questo lido di realtà infernale si condensa nellʼemblema metafisico del “Vitello Adriatico”, come un “idolo impuro” dentro “lʼozio della Riviera” (p.96).
Si tratta, in verità, di un vasto repertorio di immagini spettrali, di “assenti umani” (p.87) e “vivi morti” (p.97) incastonati nella Natura colonizzata dallʼabbaglio storico ma non ancora vinta.
È dai suoi luoghi segreti di Esistenza liberata dallʼImmagine che si innalza lʼAlbero sacro assolato assoluto del canzoniere (il madrigale panteistico del capitolo seguente; il vero, segreto, apice, la novità senza precedenti, della produzione poetica deliana).
Difficile comprendere un libro del genere senza leggerlo nel sole. Difficile anche parlarne senza lasciarsi perdere nel naufragio ebbro di una ispirazione inedita. Lʼinappagabile di DʼElia, come lʼinconsolabile Orfeo di Pavese, si aggira nella realtà trasformata poiché già proiettata al di fuori di sé stessa. Di essa il poeta osserva, come da una dimensione temporale non più corrispondente alla diffusa nella società apparente, le luci e le ombre dei secoli proiettati sui muri di un presente ormai passato.
Perché il presente, in poesia, è già passato.

17.
Il tema è la “Distanza”.
Dove il futuro si incontra col passato e lʼoggi è questo sguardo. È un occhio il presente, tra un battito di ciglia e lʼaltro, in un montaggio permanente di “visioni”.

Se nostra vita è lʼeco dellʼinfanzia,
la vera voce sta nella distanza?… (p.110)

18.
La vera voce.
Come onde fruscianti che ricordano. Ma questo ricordo è rivolto al futuro, perché la nostalgia poetica in realtà è una speranza. Così la memoria è una promessa di liberazione. Dove anche la morte (della madre Bruna, nellʼoccasione; trasfigurata in regina orfica) è un invito nuovo al viaggio, verso quel Paese lontano, di cui parlava Esenin…
(E i “vermi fioriti” (p.167) sono le prime luci dellʼalba… Il “sublime popolare” (p.175), dopo la fine del capitalismo?)

Ah, liberarsi, sì, sì, finalmente,
coronati di nuvole infinite
sulla riva del mare, lentamente,
dove per anni fu il viandare mite…
E cose e parole, da ogni onda ardente,
da ogni passo, tra spume arse candite,
da ogni crespa della bassa languente,
rifare affiorare, tra essere e psiche…
Al viaggio delle nuvole fiorite,
che posano le luci sulle tele
squadernate negli occhi come dighe,
battenti al largo i lampi delle vele…
Al vero sacro, nato nelle righe,
al niente, che nellʼessere qui sviene,
riudendo il mare nelle onde svanite,
al vento, che alla voce viva viene…
Ondeggiare… MARE ERAM… ero mare…
Come si nuota o si galleggia al largo,
facendo il morto, o bracciando allʼazzardo…
Oh, così… verso lʼIgnoto… vogare…
Al ritmo dei piedi… al remo del verso…
Al fiato che ribatte lʼuniverso… (pp.122-123)

19.
Mater Bruna

Fuma il camino la stagione grigia,
qualche volo di passero e di storno,
gabbiani in schiera, che al salso trasmigra
la buriana di neve tuttʼintorno…

Come sbuffa il suo sigaro lʼInverno,
quando Febbraio fumiga a stravento,
più forte è la boccata dellʼInterno,
cara Estate, succhiata dentro al grembo…

La scortino i delfini, allʼIsola dei Beati,
come noi da bambini, giorno e notte avvinghiati,
la madre dei mattini, estatici e obliati,
quando eravamo vivi, senza saperlo nati,

lì, nella sua barchetta di vermi fioriti,
tra loculi ondosi, vogando infiniti,
la vita finita, dal sorriso di Sfinge,
che ci diede la vita, e nellʼIgnoto si spinge…

Sarà, quando si è morti, come quando si sogna,
che si è vivi nel sonno, senza saper vergogna?

20.
Mezzanotte

La notte fa il riassunto della vita,
se riscavi il giardino alluvionato,
se ogni cosa vissuta par sparita
e ribatti la zattera del naufragio…

E viene lʼInverno della Nazione,
arida Europa, Soldo senza Unione,
oh Primavera, oh Liberazione,
tra i mangiatori dʼuomini, in prigione…

Qui, ti consoli dʼaria e di canzone,
inquilino del Tempo e dellʼAmore
in questa stanza del precario nome,
tagliato pubblicista e professore,

tu, poeta avanzato ed imprevisto,
ridistillando il Languore e il Fervore
nellʼetà lirica del capitalismo,
come un monaco intento al suo liquore…

Oh, amaro di chi disperando spera,
contento di sentire, qua, lʼAldilà,
valore in attesa, Opera, Chimera,
cercando lʼimpeccabile ingenuità…

Tra lʼIo e lʼAltro, che tutto travolge,
come il bel fiore che tremando sente,
dentro al romanzo, che in noi si risvolge,
si deve andare quanto è lungo il Sempre,

uscir dal MALE, per il MARE ardente,
il costruttore delle età profonde,
il distruttore dellʼetà veniente,
che contro il buio fiume romba dʼonde,

per sempre oscillando, tra carne e carnet,
ossesso autoritratto, arso autodafé,
mentre la ghiaccia Mezzanotte scende
e sale dentro al cuore il vecchio strappo,

fosse lʼultima avventura, o Evo ostile,
tra dèmone sex e certosino artifex,
senziente voltura e critico stile,
col sorriso di ciò che si è ben fatto,

furiosa cura di notturno fabbro,
con lʼanimo amaro, e col dolce labbro…

21.
Salut

Oh, echi di città, grazia ed asprezza,
come il bianchello nel tino dei cuori,
dentro questa stanza della stanchezza,
dove pigiammo dei chicchi i beglʼori…

Oh, cerchio di mare, anello di brezza,
sabbia di scogli e dʼumili fiori,
dove trovammo lʼestasi e lʼebbrezza,
lʼerba, le barche, i pontili, i bagliori…

Sempre guardando, come dipingendo,
riascoltando il battere lontano
dei pescatori, che suonano il tempo
sopra i frantumi delle reti al vento…

Oh, echi dellʼantico portolano
dentro lʼAutunno del nostro scontento,
qui dove lentamente camminiamo
da Storia a Natura, verso il Momento…

Ecco il punto mosso e indecidibile,
se lʼatto filosofico viviamo
del sentire, tra vago e visibile,
sul fiume che si fonde al mar sovrano…

Oh, lo stupore è tutto il nostro scibile,
riandando dal Centro alla Riva che amiamo,
rimormorando, al franto verso umano,
il dolce mantra dellʼondare invano…

Giovane ventre, in cresta di candore,
che rotolando impara la sua parte,
nellʼattimo che vive, ecco che muore
nel suo fruscìo, che echeggia foglie arse,

note di spume dʼogni onda che parte…
Bevi, lettore, attore, spettatore,
il mosto spremuto del nome e del cuore,
e ad alta voce o a mente manda al sole

il canto fatto di gioia e dolore…
E brinda al miele grato dʼogni fiore,
ai marinai amari dellʼosteria del porto,
al jazz di quei parlari, senza nome e ricordo,

agli spariti e ai tanti in attesa del gorgo,
come chi sparga canti, senza un paese intorno,
al vino asprigno e scorso, nella rabbia contrita,
al segreto del Tempo, vampiro della vita,

ai giorni ritmati, tra ebbrezza e sfortuna,
a chi resiste nel lento a questa età,
al lungo tema di una storia bruna,
che brucia tutto di corsa, per schiattà,

al solo scampo dʼandar soli al sole,
se recita è tutto ciò che oggi si muove,
al sorso dʼogni sguardo, e al calmo sogno del largo,
allʼansia lunga e vana, che spuma di tornare

nella culla sovrana, per ritrovarsi e amare,
a questa arcana e strana fede di approdare
a unʼIsola Lontana, anime amiche e care,
al passare e al restare, come le onde nel mare,

disperse nellʼamniotico liquore,
verso una riva sempre al sole e in fiore,
a questa enorme tomba, e a questa immensa culla,
in cui la vita viene, e va oltre il suo nulla,

scolara silenziosa dʼogni segno,
perché sʼaffacci il senso ignoto e degno,
e contro il moto ossesso e il reo disegno
lʼimprevisto commosso ed il ritegno…

Brindiamo, amici, al sublime popolare,
alla grazia dello sforzo e dellʼimpegno,
al cosmico nativo, da reintonare,
al pensare e al parlare dʼaltro regno…

Civile1

[DN]


Immagini: due momenti di “Civile1” di Yesenia Trobbiani (Macerata, 2014)