Antologia #4 – Marco Simonelli

da Palinsesti (Zona, Arezzo, 2007)

Star system
[per Marilyn, soprattutto]

Non stanno a guardare
nostre stelle fisse
ancora in circolo però lontane.

Vedremo Orione in queste settimane
ma anche non brillasse
sapremmo della sua presenza
quasi fosse in palinsesto
nel suo asse:

meteora o meteorite
corpo estraneo celeste
che prende fuoco qui
per l’irruenza dell’impatto
col minimo terrestre.


Cadendo dal seggiolone

Prima c’era un colore d’aranciata
macchie di latte e omogenizzato,
un bavaglino, un pezzo di frittata.
“La mamma qui da solo m’ha lasciato”
pensavo, fantolino in un interno.
Mi venne quindi voglia d’abbracciarla
perché non sopportavo quell’inferno
che da me riusciva a separarla.
Caddi nel canyon come Will Coyote,
aereoplanino mistico in picchiata.
Caddi insieme alla pappa di carote
sul pavimento, accanto all’insalata.
        Ricordare quel trauma mi duole.
        Come Icaro, mi buttai nel sole.


Adorazione di Cristina D’Avena

E ti prese la luce nella gola
un’aureola di splendente oro zecchino
circonfuse la laringe

tu, consacrata cristica cantante
alle note immolata appena infante.

Sonora colonna nell’eretteo vocalizzato
sui colli posticci dell’animazione:
la tua missione sonora dura tuttora

oh santa patrona dei nonsensi!

Benedici tu questo scampolo d’infanzia
restato appiccicato sulle dita come la Nutella,
la favola bella di mille interminabili merende

le bende medicanti sul sangue di sutura,
requiem in sol bemolle, sigla di chiusura.


Mary P.
[Per B. a tre anni e mezzo]

Esci dalla scatolette del carillon velocemente tu
ballerina senza tutù, bambina Gesù di Sacrocuore.
Per ore saltiamo dentro i libri, le foto colorate,
le fate, le principesse incantate, le diavolesse
incatenate tremende, le bende di Lazzaro, i lazzaroni,
i quaranta ladroni, al parco a dar da mangiare
ai piccioni.

Attesa al varco di finestagione, leggera
ti traccheggi e perdi tempo, armeggi scempio di mobilia
mirabilia è il mondo alle tue ciglia. Se tu
un giorno fasciata nel tutù, ti trovassi fra i massi
dubitando di ciò che fai quaggiù, dillo piano il
nome mio che se lo porta il vento: farò per te
poltiglia della pastiglia, tramuterò la pillola
in una caramella. Metteremo il buio dentro zuccherino:
che vada giù, che scenda nel pancino.


Estasi di Carolina Invernizio

Non appassirà questo cielo andrea celeste
in cui risorgo all’alba, solare come un tuorlo
su cratere che erutta di farina.
Dal quartier generale di stoviglie
osservo attentamente dorarsi di frittura
su branchia proletaria di pescato.
Sogliola che, schiacciata sotto il fato
impanata con cura dal destino,
affetto fine fine, cacciucco di storione.
Non è finzione. Piuttosto descrizione in atto,
mosquito putrefatto nel topazio
manuela che sta nella favela.

La luce sfrigolante di diamante
intorno a chi abboccò a queste esche
è l’aura crepitante che io vedo.

Mi considero un aedo
con spiccate attitudini grottesche.


da Will – 24 sonetti (d’if, Napoli, 2009)

Parcheggia la tua bocca sulla mia.
Estrai da portafoglio monetina.
Rimetti in moto. Non cambiar corsia.
Sicuro d’aver messo la benzina?
Codesto tuo motore appar truccato.
Allaccia oppure slaccia le cinture.
Ribaltami qual camion cappottato.
Arresta. Sosta. Poi riparti pure.
Mille miglia e chilometri e raccordi.
Un corpo come casa cantoniera.
Col finestrino aperto qui m’abbordi,
        Io mi dedico anonimo ad un vizio
        ammissibile in area di servizio.


La somma dei miei mali opprime il plesso
ostruendo le vene e poi l’arterie;
questo male la testa ha compromesso,
ridotta in condizione più che serie.
Il sesso è quella cosa ch’apre e chiude
il respiro, il coraggio addormentato
che, sveglio, salta, corre e non delude
qual cucciolo di cane appena nato.
Ma quando poi si fa licantropia,
mensile vocazione a distruzione
allarme accende, pulsa rossa spia
a segnalar di mente distrazione.
        Non è bussola, questo strano cuore,
        ma timer, ordigno, contatore.


Ti risplende di glitter tutto il torso
anchéggi e ti dimeni in luce strobo,
spaccacuori senz’ombra di rimorso
riflesso arcobaleno sotto il globo
che scintillando ruota sulla pista
in un’orbita accesa di faville.
Taciturno ed efebico egoista:
trent’anni e fai ancora l’imbecille,
fatato fatalone del locale
che veste solamente D&G,
in cerca d’un rapporto che sessuale
t’appaghi immantinente. Signorsì:
        ti servirebbe un tipo autoritario
        ariete o toro oppure dell’acquario.


Potremmo divertirci, noi, stasera,
eiaculando insieme, parimenti,
ripassando di nuovo la frontiera
talvolta aperta a sensi differenti.
Occorre il desiderio. Le parole
mi mastican qual gomma masticata.
Muovendo sul parquet le dure suole
annaspo dentro un’ansia spalancata.
Solo verso le dieci ti fai vivo,
ormai distrutto da duro lavoro.
Liquori non ne vuoi. L’aperitivo
insisto che tu beva, oh mio bel toro!
       «Salute!» dici. E cadi sul divano
        alcolico dormiente mio vulcano.


da L’estate sta finendo (Leconte, Roma, 2011)

Pretty Picture

Si sciolsero i Soft Cell nel millenovecentottantaquattro
e questo è confermabile, lo dice wikipedia, è un fatto vero
come è vero che il synth-pop negli anni ‘80 contendeva
le vette d’ hit-parade ad internazionali megalomani melodici
ed è vero come è vera la tequila, il lemon soda, il tuo bicchiere
uno schermo di ghiaccio, di bottiglia da cui mi vedi a tratti
come dietro al vetro zigrinato di una doccia con qualcuno –
ed è vero come è vero che accendo una sigaretta dietro l’altra
solamente quando percepisco nell’ambiente un’insolita tensione.
Ed è vero come è vero che Marc Almond si chiede con Sex Dwarf
se non sia carino veramente, con zuccherini e poi con spezie varie
attirare un bambolotto, un tipo truzzo, un tizio danzereccio
in una vita scandalosamente piena di vizio abbacinato
come è vero che nell’ottantaquattro avevo solamente cinque anni
e davvero pensavo che da grande in una discoteca succedessero
le cose che un bambino non dovrebbe certamente mai vedere
ma ero un tipo attento e interessato, divoravo conoscenze
e inoltre ballare mi piaceva, soprattutto poi davanti ai grandi.
E questa non è altro che una prova schiacciante e non so bene
se per l’accusa oppure la difesa ma rimane comunque un fatto vero,
una foto sfocata che ti ritorna in mente come alla radio un ritornello –
e se adesso so con sicurezza ciò che si dice in giro degli uomini bassini
è solo perché anch’io sbiadendo m’ingiallisco e poi passo di moda
come Marc Almond che adesso canta le canzoni di Jaques Brel
e tuttavia rimane un fascinoso cinquantenne, e la tequila è lì
che mi separa da te, da qualcun altro, in una discoteca di vaniglia
dove conta solamente la presenza, qualunque cosa accada.


Epicedio

All’ombra dei fanciulli che bulli ci fiorivano dappresso
abbuiati dai Cure e dai Bauhaus, soundtrack dei giorni insieme
se n’andava la speme a farsi benedire. Soffrire non serviva:
lasciva quella morte c’attirava, e bastava ascoltarla
commerciale in cassette duplicate, lasciarla musicale
che fosse look per intellettualoidi liceali e depressi come noi.
La tua professoressa di latino t’incrinava il destino con i tre.
Io e te eravamo gli scemi del villaggio.
Nel paesaggio due semi intestarditi insieme impollinati
e l’unico sbocciare fu solo nei capelli colorati,
fu solamente nelle pelli bianche; in due su un motorino
o al giardino dove fumavamo, facendo sega a scuola.
Adesso vola solamente il ricordare, per te che stai col Corvo,
le fasce stile Brandon Lee del non sopravvissuto, stormi d’uccelli neri,
che ieri c’era da mandare a mente quel brano dei Sepolcri che non so.
Ma oggi no: ti porto in lutto dark, con thanatos e con eros,
metamorfosi d’Ovidio, compagno adolescente.
In modo differente ci trasformammo in niente.


L’ultimo giorno d’estate

Una notevole estensione di verde pubblico fu piantata per difendere la zona dalle intemperie, dai venti che dal mare flagellavano la costa. Alle volte sembrano muggiti soffocati. La riva, una scura parete verticale. Quando sei lì non distingui la sabbia dalla notte.

Dopo cena promettevano di tornare all’orario convenuto. Come due cadetti. Allora i signori consumavano l’amaro, il progetto di riscatto; le signore si adattavano ai dettami di una moda dominante.

In realtà i pini sono solo una parte degli alberi presenti. Più d’una volta, insieme, si erano cambiati, guardandosi, il costume. Entrambi sapevano come si cucina l’aragosta.

Dei dintorni, della posizione geografica strategica, delle abitudini locali – ignoravano ogni cosa.

Invece, le loro biciclette sfrecciavano lungo un’asfaltata non ancora tutelata: le radici dei tigli la crepavano, era un percorso di continue scosse. Non potevano saperlo. La macchia mediterranea li inseguiva.

Si rivolgevano agli altri usando pronomi femminili.

La luna era l’unico lampione. Non visti bruciavano la loro massa grassa, la risacca pareva in sincronia col buio della bocca, col con-tatto.

La sera del blackout la costa si era spenta. Mentre le pupille si allargavano, tutti trattennero il respiro. Poi fu uno scoppio di risate, urla di gioia e furia e festa, un eccitarsi collettivo, un divertirsi ormai fuori controllo.


da Firenze Mare, apparso in Poesia Contemporanea. Undicesimo Quaderno Italiano (Marcos y Marcos, Milano, 2012)

Anfiteatro

Il prato stende e ottunde i sensi:
verdissime le erbe anche di buio
inclinano ricordi d’ardue notti
troppo elevate per credersi decessi.

In due sul motorino e senza casco
rimasti nei nostri familiari appartamenti
mentre altrove villeggiava la famiglia
ci accompagnavamo, urbani, ai bassifondi:

l’anfiteatro ricostruito il novecento
sempre verso la confluenza dei due fiumi
ospitava concerti voluti fermamente
da una positiva amministrazione comunale.

e noi coi bus-navetta spesso e spesso a piedi
una sera non ancora maturandi
andammo ad ascoltare i Prozac+ nel gran mucchio radunato

di compagni di scuola e ulteriori amici degli amici.
Pogavano, alcuni, la cui luna disperata
perseguiva il lupo più mannaro:
altri più quieti cartina e poi tabacco
sul prato antistante rollavano una canna.

E presi da sessantottesche non vissute
immaginarie fantasie di rivoluzioni,
assaggiavamo l’erba del centro sociale,
a sperimentare ebbrezze e paranoie:

poi a casa tua o nei giardini
con un occhio di riguardo per gli spazi aperti
areando i locali dopo il soggiornarvi
ripetevamo a memoria i nostri corpi.

Adesso no, partisti, dopo il numero
cambiato all’improvviso solo poche volte
dai conoscenti di te ebbi notizia
ma di sicuro ancora indulgi nel medesimo intrallazzo;

e se talvolta sbagliando la fermata al parco sosto
ancora l’erba verdeggiante l’epoca riporta
dello stendersi stellati all’umido del prato
mano nella mano, entrambi senza filtro.


Chiasso del Buco

Aperta la porta scendiamo le scale.
Nessuno ci ha visti svoltare di qua.
Un pasto frugale. Ci siamo nascosti
cercando riparo nell’oscurità.

Per pochi denari un desinare di starne
e una caraffa di rosso.
Col pane nell’unto le mani s’incontrano
e tremi tenendomi il pollice fisso nel palmo.

Un salmo di gemiti e colpi alle natiche
udibile dietro la porta sul fondo.
Stanotte le pratiche turpi saranno
un inno virtuoso in lode del mondo.

L’oste ti fissa le brache. Capisce.
Si pasce di questo ricovero buono,
conosce la carne del pollo e dell’uomo.
Sorride e ci illumina oltre la soglia.

Abbiamo un riparo, stanotte. La coltre
è pura pelliccia di lupo, vi giacciono
notevoli corpi che tengono caldo.
Nessuno è fanciullo. Nessuno è ribaldo.


Marco Simonelli è poeta, traduttore e performer. È nato nel 1979 a Firenze, dove vive. Ha esordito col racconto in versi Memorie di un casamento ferroviere del ’66. Del 2004 è il poemetto drammatico Sesto Sebastian – Trittico per scampata peste, riscrittura omoerotica del martirio di San Sebastiano: dal testo è stata tratta una performance vocale. Nel 2007 è uscito Palinsesti – Canzoniere Catodico. Nel 2009 vince il premio Russo – Mazzacurati con Will – 24 sonetti. Per Massimo e Pierce di Black Sun Productions ha scritto i testi di Hotel Oriente, poema per voce ed elettronica. Nel 2011 è uscito L’estate sta finendo e nel 2012 Firenze Mare è apparso in Poesia Contemporanea. Undicesimo Quaderno Italiano.