Antologia #3 – Stefano Sanchini

da Interrail, Fara, 2007

Lettera ad un amico (o maternità di un poeta)

Ti aspetto sui colli, o nel nostro lago
dove da un anno hanno chiuso il passaggio,
ma del branco c’è sempre chi sfugge alla rete
e che passa…
quaggiù nella sabbia le volpi hanno fatto la tana
e i cavedani ogni anno, si fanno sempre più furbi,
chissà se qualcuno ha svelato la leggenda
della gru intrappolata nel fondo
quando il lago era solo una cava di ghiaia e di sabbia
noi non eravamo nati, eravamo muti
nell’acqua…

Ti aspetto per quando gli odori si mischiano
nell’aria, e la neve viene dai pioppi,
tu verrai con l’arte che hai rubato alle muse,
preferisco il flauto ed ascoltarci i topi,
che la chitarra va con le pannocchie d’estate
quando i falò bruciano ogni cosa
e ci scaldano, quando ubriachi si piscia alla luna
e si guardano le stelle…

Forse sono muto da sempre,
come il persico che si nasconde in attesa
tra canneti o tronchi sommersi,
aspetto una rana che passi, o un piccolo uccello
si posi nell’acqua, sono predatore di razza
da quando sono nato che vado a caccia,
non per fame, ma per nutrirmi in silenzio
del canto degli altri, solo per questo,
per portarmelo dentro…


Le cose che mi piacciono

Il segreto che lega la luna piena
le maree e il tuo sangue di donna,
il tempo che verrà sulle vanitose
e le renderà tristi come boschi

dopo un incendio, il rumore del vento
ogni volta diverso, la pioggia che batte
sulle foglie e sul tetto, mentre il sonno
trova riparo tra le lenzuola del letto,

tutta la frutta che la pioggia bagna,
una perla d’acqua per ogni passante
che sogna, e chi la cerca come il cane
la cagna, il pescatore abruzzese

che sul trabocco mi disse:
il mare s’ammala ma non muore.
Sebastiano il pastore, col quale
sul supramonte condivisi il suo cibo, le idee…

L’acqua della fonte per chi ne ha voglia
e tutti gli incontri che m’attendono
al di là della soglia…


da Via del Carnocchio, Thauma 2010

[…]
Questo fuoco è la voce che mi dimora nel corpo
con tutta l’anima vorrei abitarla
ma tutto è predisposto al fine di non essere
così nullificato, aspiro ad essere
l’anello malato della catena di montaggio
aspiro alla solitudine e all’ingiuria
ho paura, certo
il sogno era un altro e c’erano gli altri
con il loro viaggio a incontrarsi
che vivi siamo in questo tempo
ma dove sono gli altri? Dove
le provviste?
La città impone la legge
alle periferie alle campagne
le masse per svago invadono
le grandi montagne,
non hanno memoria, dimenticano
che l’acqua migliore che hanno bevuto
l’han rubata alle vacche nei pascoli alti,
in città l’acqua vive
in bottiglie di plastica verde
azzurrina celeste o trasparente,
il fuoco l’han nascosto nei boiler
o dentro ai fornelli, la terra
sotto cementizie schifezze,
l’aria non serve, veder non si vede
ma nemmeno si vedono le sottili
polveri o la nube di Chernobyl…
così qua noi si resta
tra la vocazione e la malattia
genio e fallimento è il poeta
non vedo altra via
aspiro alla solitudine e all’ingiuria
ho paura, certo
il sogno era un altro e c’erano gli altri
con il loro viaggio a incontrarsi
che vivi siamo in questo tempo…


… In un sogno di quelli che sognano
all’alba, sei comparso tu lettore
con il vento e il mare in faccia

e a me vera vita e vita vera
pareva, dove la vita al sogno
nel vivere più non si distingue…

… A te, questa poesia sincera
così giunga, all’orecchio di tutti
come una zanzara a svegliare

il sonno, nell’oscurità che mai
umanità conobbe, in quest’aria
di tabacco e lampadina accesa…


da Corrispondenze ai margini dell’Occidente, con Loris Ferri, Effigie 2011

Sì, il viburno un nome triste
con un profumo così dolce…
è tutto in fiore!

gli ronzano le api attorno
d’accordo tutte sul miele da farsi
stancarsi insieme poi la sera

raccontarsi l’amore il sole
che brucia ma non suda
la torcia rischiara la miniera

non vede, luccicano i minerali
nati e cresciuti nel buio
conosce il verme il loro silenzio

si schiude il seme dal sonno
senza fare rumore, paziente
conosce l’istante preciso

un destino di profumo e colore
donarsi, è l’essenza del fiore
come accogliere lo è per la terra…


… generata dal fuoco erosa dal vento
purificata nell’acqua, la pietra
dal cuore duro che non inganna

insanguinata da mille battaglie
allo stesso modo indifferente al pianto
del pastore, alla preghiera del santo

ascoltò i gemiti d’amore
le vendette, e l’uomo che solo
e da solo scelse la morte

generazioni le passarono accanto
e lei rimase lì, dove già era, prima
delle stagioni di cui mai ebbe timore

più impassibile di qualunque asceta
più solitaria di ogni eremita
al di là del bene e del male la pietra

fu il primo utensile, che al primate
fece più familiare il mondo, arma,
che da preda predatore lo rese

dalle tempeste dell’appennino
e dal gelo, trovò riparo il contadino
e le parole di lui, si rifugiarono

in lei e poi si fecero fuoco
quando decise di ribellarsi
all’ingiustizie all’infamia dei re

così parlano a me le pietre
quando a questi ruderi torno
qui conosco ciò che non sono

lascio il vino la chitarra il canto
a te pietra che vita non hai
ma dio solo ti è pari nell’anima…


Qui, tutto comincia
dove finisce il grido di due voci
inizia in te, l’eco, il canto

si è mischiato al tuo sangue.
Tutto ciò che noi abbiamo perduto
ora è tuo, tuo è il poema

lettore tu che volto non hai
e non conosco il tuo sesso
tu per me sei dio

un silenzio in ascolto
dentro di te c’è più di un io,
fuori c’è l’altro, e con lui

dovrai pure fare qualcosa
perché le cose vadano al meglio
non conta il finale, ma il tempo

trascorso insieme il futuro
è meno incerto del presente
che vivi, e ti aspetta

e adesso che bisogna partire
se non fosse così, un dubbio mi resta:
«noi, vecchia stirpe d’occidente

anche in paradiso faremo la guerra?
a Plitvice l’abbiamo già fatto
il 31 marzo del ’91»


da La casa del filo di paglia, Sigismundus 2013

I.

Timido ancora il sole si alza
nella fresca rugiada a lavarsi la faccia,
gli ultimi grilli invitano al canto

la piumata sinfonia orchestrale,
che certamente il sordo Beethoven
ascoltava, a quest’ora in quest’aria

gli alberi in silenzio innalzano lieti
canti di lode e la luce che passa
tra i rami e le foglie è il sorriso

di un bambino e quasi si sente,
e s’avverte la presenza di Dio…


IV.

Guarda la tenera rosa canina
ricca di vitamina e di spina
nata e cresciuta da sola, sopra

l’uscio di questa misterica casa
la vita ha trovato nella pietra.
Assaggia i petali bianchi e rosa

gusta la linfa del fiore che dice
“Indipendenza e Poesia”, alla quercia
che da sempre e sorpresa ammira

la rima, di noi venuti dagli orti
che senza corpi e muti come morti
passeremo ora, ma vivi, le mura…


VII.

noi saliamo le scale non cigolano
i legni, non si sveglia chi dorme
e solo chi sogna il sogno lo vede

al nostro passaggio non restano orme
al nostro passare restano segni


da Il villaggio, Inedito

IV.

furono tre giorni di cammino intenso
e tutto sembrava prendersi cura
del nostro viaggio, bevemmo
dai ruscelli e dalle fonti, mangiammo
erbe radici funghi e frutti
in quel salire e scendere tra colli e valli
il temporale ci invitò ad entrare
in una grotta e in quel riparo
con sterpaglie e rami secchi
accendemmo il fuoco e di lì a poco
cessò il nubifragio che mandava
il bosco un profumo intenso
e di quel fresco
si riempivano i polmoni nostri,
fu un piacere ascoltare in mezzo
al crepitio, il rumore che fa la goccia
quando scende e batte di foglia in foglia,
fu in quel momento che uno di noi
pose questa domanda:
dove stiamo andando?
seguitando ad osservare con stupore antico
il fuoco, il saggio prese tempo e poi rispose:

Non è vaga l’ipotesi
che l’anima torni nei luoghi
in cui fu secoli prima
nella stessa sostanza e principio
ma nella forma che il tempo trasforma

sopraggiunse l’eco di tuono lontano
le nostre ombre proiettate nella caverna
rassicuravano l’anima e rivolgendosi
a colui che aveva posto domanda:

Non è vaga l’ipotesi
che noi fummo già in questo luogo
a sostenerci l’uno con l’altro
con meno parole e un ascolto diverso
che il corpo conosce

il cane che con noi avevamo portato
pose la sua grossa mascella sulla coscia
di colui che parlava e con occhi
in alto rivolti sembrava capisse
la storia che si raccontava, il saggio sorrise
accarezzando la bianca testa pelosa
e rivolgendosi a tutti:

Il nostro sentire ci ha fatto incontrare
chi non si fida del proprio sentire
è forse la pecora che segue il suo gregge?
Due giorni non sono tanti
nella vostra impaziente giovinezza
due giorni saranno lunghissimi
nella vostra vecchiaia e un giorno
persino sperati, attendete
solo due giorni e vedrete e saprete

In quel calore c’eravamo asciugati
mentre la stanchezza del giorno
metteva una coperta sulla nostra veglia,
ci addormentammo in quel tepore
e al suono basso e calmo di quella voce…


X.

salendo solo incontrai un angelo
che la mano tendeva al ramo di un ciliegio
e quei frutti le baciavano le labbra
tingendole di rosso, completava
del quadretto l’armonia
quella sottile e nuda figura
immersa nel variopinto cono vegetale
che al cielo mostrava l’apertura,
poco prima l’osservavo bagnarsi
al getto della piccola cascata
che cadendo sulla roccia si nebulizzava
facendo arcobaleni nell’aria
e brillare la pelle della tenera creatura
sotto il raggio di sole
che dalla fresca frasca penetrava.
Mi avvicinai e mi offrì le sue delizie
e dopo i licheni e il muschio sulla pietra
ancora assaporavo la rugiada
sull’erba in cui mi addormentai.
Riaprii gli occhi al suono di quella voce
dalle vocali aperte come il sereno:
ti ho sognato nel villaggio
ed io a lei risposi:
la tua voce smuove i terremoti
nei miei profondi abissi,
altro non desidero da quando
ho intrapreso questo viaggio

Da subito compresi che quella sirena
aveva rapito il mio cuore alla prima marea.

el sanchio 001


Stefano Sanchini (1976) vive nelle campagne dell’entroterra marchigiano. Ha pubblicato i libri Interrail (Fara, 2007), Via del Carnocchio (Thauma, 2010), Corrispondenze ai margini dell’Occidente (Effigie, 2011; con Loris Ferri ed una postfazione di Roberto Roversi) e La casa del filo di paglia (Sigismundus, 2013; finalista Carducci 2013). Ha fatto parte del movimento Calpestare l’oblio (2009-2010) e della rivista di poesia e realtà “La Gru”. Attualmente scrive, e fa, Il villaggio.