“Sinistra” – Un saggio di Mario Tronti

Per gentile concessione di Mario Tronti e della casa editrice Ediesse, nella persona di Angelo Lana, pubblichiamo per il web questo saggio di filosofia politica contenuto nel volume Per la critica del presente, libro edito da Ediesse nel 2013 e di cui si consiglia la lettura. [lcd]


Mario TrontiSINISTRA
[di Mario Tronti]

Uno spunto di David Caute: «La sinistra, bisogna riconoscerlo, ha avuto un brutto inizio: il Vecchio e il Nuovo Testamento trattano la destra come simbolo del bene, e la sinistra del male». Matteo 25, 33-34: «…e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il Re dirà a quelli della sua destra: venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che vi è stato preparato sin dalla fondazione del mondo». Marco 14, 62: «…e vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza». L’Ecclesiaste, 10, 2: «Il savio ha il cuore alla sua destra, lo stolto alla sua sinistra». Tommaseo cita dalla Vita di Barlaam e Giosaffatte: «Metterà i buoni alla sua destra, e’ rei dalla sinestra». Decisamente un brutto inizio. Ed è inutile prendersela con il complotto biblico-teologico. La laica mitologia arcaica riservava la parte destra agli dei e la sinistra ai demoni. Non c’è scampo. Quando, qualche decennio fa, cominciò la crisi della politica, quando lo Stato cominciò a perdere il monopolio della politica, allora nacque «il politico». Anche su questo versante, la sinistra è bloccata. Nuovo Vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze, 1897: «Sinistro; Fig. Cattivo; Dannoso. Es. si manifestano già i sinistri effetti di una cattiva politica». E il Dizionario moderno di Alfredo Panzini, 1942: «Sinistro. Voce generica che vale a significare qualunque disgrazia: terremoti, naufragi, scontri, incendi, ecc.». Prima riflessione. Si potrebbe leggere l’intera storia della sinistra come il tentativo di emancipazione dal male, dal peccato, dal cattivo destino, come liberazione dal negativo, come affermazione, a dispetto di tutto, della propria bontà, e virtù, e capacità, e efficienza. Questa via crucis sta arrivando al sacrificio finale. Ci sarà resurrezione, o si tratterà di vera morte?
Tutto cominciò quel 28 agosto 1789. Dice Buchez: «Fu in seguito a questa seduta che l’Assemblea si divise definitivamente in lato sinistro e lato destro. Tutti i sostenitori del veto [reale] andarono a sedersi a destra del presidente, tutti gli oppositori si raggrupparono nella parte opposta. Questa separazione rendeva più facile il calcolo dei voti nello scrutinio per alzata e seduta…». Era già cominciata l’histoire parlamentaire de la Révolution. Il 15 settembre 1789, Mirabeau parla già, in questo senso, di «geografia» dell’Assemblea. Naturalmente, come per i principi della grande costituzione liberale così anche per il modo di stare seduti in Parlamento, vale il modello inglese. Alla Camera dei Comuni, il partito al governo sedeva a destra e il partito all’opposizione a sinistra dello speaker. La differenza era che un cambiamento di maggioranza implicava e implica per i due gruppi di deputati un cambiamento di posto. In Francia, gli avversari del potere rimarranno sempre al loro posto. Sarebbe facile ricavarne il solito discorso sul pragmatismo anglosassone e l’ideologia del continente. Non ne vale la pena. La sinistra nasce francese, anzi nasce a Parigi. La sinistra è la gauche: una storia della rivoluzione, che diventa una storia di rivolte, che diventa una storia di opposizione, che diventa una storia di governo. Le date snocciolano una vicenda numerata: l’89, il ’93, il ’30, il ’48, il ’71; il ’36, il ’68, l’81.
Seconda riflessione. Si potrebbe anche leggere la storia della sinistra come «assalto al cielo», come rivendicazione dell’impossibile fatta volta a volta con gli strumenti a disposizione, come grande contraddizione di una lotta al potere costretta a chiedere potere, e cioè come paradigma della mancata soluzione del problema-chiave della politica moderna: mezzi-fini, percorsi-esiti, tecniche-valori.
Alcune affermazioni. La sinistra nasce liberale e progressista, diventa radicale e democratica. Dentro questo percorso incontra il movimento operaio, la sua storia, la sua teoria. Agli inizi si tratta di un orizzonte borghese-avanzato. È difficile liberarsi dagli inizi. E questo orizzonte non andrà a scomparire. Dirsi di sinistra vuol dire chiamarsi aperti al nuovo. Perché la difesa del vecchio ordine, dell’ordine costituito, appartiene alla destra. E la sinistra non nasce per propria spinta, ma in contrapposizione alla destra. Così poi sarà sempre. Quando la destra si vede e si muove, la sinistra si riconosce. Quando la destra si nasconde, la sinistra si perde. Paradossalmente, il fascismo e il nazismo hanno rafforzato la sinistra. È il Zentrum che l’ha indebolita. Quando gli ideali liberal-democratici vengono fatti propri dal blocco d’ordine, la sinistra si vuota di contenuto e le sue forme d’organizzazione entrano in crisi. Allora bisogna aspettare la prossima occasione, quando la sovranità popolare entra in contraddizione con il potere capitalistico. Queste occasioni sono sempre più rare. Ma quando arrivano aprono opportunità incisive. Il movimento operaio per vincere legalmente ha bisogno di presentare se stesso come parte della sinistra, per vincere veramente ha bisogno di presentare la sinistra come propria parte. Questo è il nodo. O si scioglie, o si taglia.
Problematizziamo. Dice Runciman: fare giuste distinzioni e formulare giusti interrogativi è più necessario che discutere nei termini tradizionali di destra e sinistra. «È dopotutto a un accidente storico che dobbiamo questi termini; se i deputati dell’assemblea rivoluzionaria francese si fossero seduti in modo diverso da come si sedettero, la terminologia politica dell’Europa e della maggior parte del mondo sarebbe stata notevolmente diversa». C’è chi, spaventato dalla misura di ambiguità espressa in tali termini, propone di abolirli. Ma essi sono talmente radicati nel pensiero politico che un consiglio del genere non ha nessuna probabilità di essere messo in pratica con successo. «Tutto ciò che si può fare è quindi di chiedersi in che modo tali termini possono essere usati meglio». Si sta parlando del conflitto politico. Conviene parlarne tenendo presente una stratificazione sociale nei moduli di classe, status e potere, in un confronto di social science e political theory, con il doppio, ambiguo, produttivo referente analitico di Marx e di Weber. Se ne traggono due conclusioni: 1) «…quando la sinistra ricorre alla coercizione, lo fa solo per affrettare l’avvento del paradiso promesso», mentre «quando la destra ricorre alla coercizione, questo fa parte dell’ordine naturale delle cose»; 2) la distinzione sociologica fra sinistra e destra, in sostanza «non è altro che l’eterno contrasto fra il povero e il ricco». La scienza sociale sembra cogliere meglio oggi la permanenza di una realtà della sinistra, la teoria politica afferra di più la crisi del concetto. L’ipotesi su cui bisognerebbe lavorare è di questo tipo: di fronte alle nuove ragioni sociali che alimentano la sinistra, in questa fase di capitalismo che si riorganizza, le idee politiche alternative sono deboli, confuse, non credibili, inefficaci. Questa condizione si riverbera, si specchia nelle forme d’organizzazione. Ne nasce uno stato di disagio diffuso, di incertezza collettiva, di ricadute individuali e di fughe all’indietro: tutto questo mercato dell’usato del privato che spaccia roba vecchia per l’ultimo grido della moda. È necessario uscire da questo lamento sulla crisi della sinistra e riconquistare piglio aggressivo, capacità di iniziativa, forza della proposta e incisività e produttività del movimento.

Le idee in positivo

Da chi si è provato a riassumere le idee storiche della sinistra si può ricavare questo elenco di titoli, o, se volete, questo registro di valori: ottimismo, razionalismo, libertà, uguaglianza, solidarietà, pacifismo, laicismo; e una serie di idee «contro»: antirazzismo, antibellicismo, anticlericalismo, antiautoritarismo. La sinistra è tutte queste idee insieme, ognuna delle quali non si regge più da sola. «Per molte persone la sinistra suggerisce vagamente l’idea di un atteggiamento favorevole alla condition humaine…». Ed è difficile, e forse impossibile, separare oggi l’idea di sinistra da una certa aura di vaghezza e da un insistito sentore nostalgico di generico umanitarismo. Da questo lato, la sinistra è figlia del Settecento. La sua cultura è sempre pre-rivoluzionaria. Grande produttrice di rischiaramenti ideologici, la sua politica non produce, se non per errore di calcolo, trasformazioni reali. Prendete un esemplare animale raro nella specie della sinistra, il totus politicus, l’avveduto politico realista; quando fa battaglia delle idee e dice: veniamo da lontano, purtroppo vuole dire: veniamo dalle nebbie del secolo dei lumi. L’epoca politica più chiara prodotta dal cosmo borghese, l’età di fondazione dello Stato moderno, il grande Seicento, con i suoi protagonisti classici della storia avvenire, guerre civili + definizioni del potere, è stata espunta dalla conoscenza della cultura di sinistra e censurata a livello della sua coscienza. Alla cultura storicista mancavano fondamentali pezzi di storia; alla ragione illuministica mancavano interi territori della scienza; alla condizione delle lotte sociali si era appiccicato un rovinoso populismo da «quarto Stato»; la politica veniva consumata come sacra rappresentazione dell’eterno contrasto fra natura umana buona e potere malvagio; e l’umanesimo socialista non sospettava niente della catastrofe che aveva colpito il mondo degli uomini postumi. La sinistra è riuscita a «farsi carico» di tutti i limiti di un’intera epoca. In questo è veramente sinistra «storica». Solo oggi forse è in atto una grande mutazione, un processo di fuoriuscita, invece che dal capitalismo, dai modi tradizionali di affrontarlo, sia esso il nemico da battere per sempre, o il meccanismo da gestire provvisoriamente. Fare politica a sinistra vuol dire oggi scegliere se accompagnare, seguire o anticipare questo processo.
La sinistra del resto è un campo di movimento. Il campo opposto è la difesa dello statu quo. Parti de l’ordre établi e parti de mouvement erano appunto destra e sinistra in Francia, all’epoca della Terza Repubblica. Lo sono ancora alla fine della Quinta. E tali rimarranno nelle repubbliche seguenti, non solo francesi. Ancora Lefranc: «La sinistra è il partito del movimento. Ma nelle idee che essa propone, la storia opera una scelta impietosa, non trattenendo che quelle coerenti con la sua stessa direzione, e nessuno può vantarsi di conoscerla in anticipo». Lasciamo stare la storia. Sulle idee della sinistra premono le forze della sinistra. Tra idee di movimento e forze di movimento c’è adesso un rapporto critico, non un puro e semplice confronto ma un vero e proprio contrasto. Talmon dice che si arriva al totalitarismo di sinistra, e cioè alla democrazia totalitaria, e cioè alla sinistra democratica, attraverso tre stadi: il postulato del diciottesimo secolo, l’improvvisazione giacobina, la cristallizzazione babeuvista. La sintesi finale è «tra l’idea dell’ordine naturale del diciottesimo secolo e l’idea rousseauiana della realizzazione popolare e dell’autoespressione». Il punto di partenza è fondamentalmente ancora «l’uomo, la sua ragione, la sua salvezza», una tematica «essenzialmente individualista, atomistica, e razionalista», dove la bontà sostanziale della natura umana giustifica la forza solo come mezzo «per accelerare il passo del progresso umano verso la perfezione e l’armonia sociale». Con la sinistra storica «il razionalismo si trasformò in una fede appassionata»: questo spiega perché le idee della sinistra «sono sempre inclini ad assumere il carattere di un credo universale». Religione laica, teologia secolarizzata, politica con fondamento su sacri principi: c’è come uno sforzo di emancipazione da una condizione iniziale di peccato, di liberazione dal male, di riscatto da una posizione subalterna. Si potrebbe leggere la storia della sinistra anche come perenne tentativo di legittimazione, volontà di farsi accettare, necessità di presentare in forme belle il minaccioso fondo oscuro della società.
Sinistra presuppone infatti dualismo sociale. La divisione in classi, e la teoria di questa divisione, fissano una volta per tutte le connotazioni sociologiche dei concetti «sinistra e destra». Questa è storia dell’Ottocento. Non bastava la rivoluzione politica, ci voleva anche la rivoluzione industriale, perché emergesse la vera linea del fronte che spaccava la società. Scrive Lipset: «La identificazione della sinistra con la lotta per l’eguaglianza e le riforme sociali, e della destra con l’aristocrazia e il conservatorismo, si fece più netta quando la politica si affermò essenzialmente in termini di lotta fra le varie classi: i conservatori del diciannovesimo secolo e i marxisti sono concordi nel ritenere che il conflitto economico e sociale sia il carattere dominante della società». La sinistra che si fa sinistra di classe è un passaggio forte di storia politica: questo in fondo è Marx, e poi la socialdemocrazia classica, e poi il movimento comunista, questi tentativi di catturare dentro un orizzonte di movimento operaio la tradizione progressista borghese, come analisi scientifica del capitalismo, come gestione democratica dello Stato, come direzione giacobina dei processi. Il risultato sarà la traduzione sociale della contrapposizione formalmente politica di destra e sinistra. Non nel senso di Mac Iver delle classi più elevate e delle classi più povere, o in quello di Parsons dei ceti abbienti e ceti bassi; o in quello di Runciman, dell’eterna lotta tra ricchi e poveri, ma nel senso «rivoluzionario» di capitalisti e operai. Con la teoria e la pratica di movimento operaio, la lotta tra progresso e conservazione, tra movimento e ordine, diventa lotta di classe. Storia dell’Ottocento, sì, storia borghese e storia operaia, fino alla Rivoluzione d’ottobre e agli anni che la seguono. La «pace dei cento anni» è guerra tra classi. Per tornare indietro da questo punto ci vorranno le grandi guerre, le grandi crisi, le grandi dittature del nostro secolo. E non ce l’hanno fatta. Ci vorrà una rivoluzione nella composizione sociale guidata dal fatto statale contemporaneo, ci vorrà una vera e propria manovra politica delle classi, una ristrutturazione istituzionale dei redditi, dei lavori, dei comportamenti, dei valori dei singoli individui appartenenti alle grandi classi. È storia del Novecento post-rivoluzionario, là dove si colloca il tentativo di scaricare dentro il movimento operaio le contraddizioni capitalistiche, risospingendo indietro la sinistra di classe a sinistra democratica, coinvolgendola in una rappresentanza dell’interesse generale, che sempre più si è andata identificando con una gestione subalterna del potere. In questo, lo Stato sociale è l’erede legittimo della più recente forma assoluta dello Stato, quella totalitaria e corporativa. A un ritorno di comando autoritario fa da pendant un processo di disorganizzazione delle classi a favore di una rimessa in forma cetuale della società. Si tratta di un «già visto» nella storia del capitalismo, eppure non è un ritorno indietro rispetto alla sua natura sempre moderna. È un modo d’essere nuovamente politico, che, per fuggire al mortale dualismo delle classi, finisce per provocare e produrre non una generica complessità ingovernabile, ma una potenziale ricomposizione di tutto il sociale in termini di tendenze, di esigenze, di spinte post-capitalistiche.

Teoria forte, base sociale ristretta

Viene avanti a questo punto un’ardita ipotesi. Tutto il percorso che va da Marx alla Seconda Internazionale, al marxismo occidentale degli anni Venti, costituisce un blocco forte tra apparato concettuale e strumentazione organizzativa, in grado di contrapporsi in termini di potenza al blocco altrettanto forte dell’avversario di classe. Quando il movimento operaio in questa fase si fa erede della filosofia classica tedesca, dell’economia politica inglese, della Rivoluzione francese, si impadronisce del territorio della sinistra progressista borghese, lo conquista militarmente, in una vera e propria operazione di annessione politica, in una logica di dominio sul nemico, che è quel minimo di bagaglio leggero che chiunque dovrebbe portare con sé quando parte in lotta contro il mondo. Certo, la dimensione era molto europea. Certo mancava l’America. Qui la sinistra resisterà alla conquista politica del movimento operaio, rimarrà sinistra democratica dello schieramento capitalistico, gestirà in proprio lo spazio del mutamento sociale entro un sistema politico aperto, anticiperà la forma partito, userà dall’alto il sindacato, metterà in campo sulle classi la formidabile pressione di sempre nuove frontiere ideologiche. La gauche americaine, per dirla con Galbraith, una sinistra alla francese, sarà solo quella degli intellettuali americani con problemi di prestigio sociale, di reddito, di potere, polemici per questo con gli uomini d’affari e con i professionisti del big business, oppure sarà quella dello studioso di scienze sociali, «naturalmente» estraneo all’organizzazione capitalistica, secondo la descrizione che ne ha fatto Theodore Geiger. Non è qui però, in questa mancanza di America, che sta il limite più grave di quel blocco forte di movimento operaio «europeo» che risultava dalla somma: il marxismo + il partito. Il limite più grave era la sua base sociale ristretta. A partire dall’opera di Marx fino all’austromarxismo e al marxismo di Weimar permane in fondo una relativa creatività della teoria. Dalla socialdemocrazia tedesca, alla struttura bolscevica, all’iniziativa soviettista, seguono esperienze vive di organizzazione. Quello che non bastava per vincere – ecco l’ipotesi di svolta della ricerca – era la forza operaia ottocentesca, che stava dietro. Teoria e organizzazione erano momenti di attacco, rottura della tradizione, spezzarsi del filo della storia. L’esperienza di lotta proletaria era difensiva, subalterna, continuista, parte passiva di una lunga storia delle classi «inferiori», rivolta di umiliati e offesi contro la dura cattiveria dei potenti, rivendicazione di diritti, richiesta di giustizia. Nei casi migliori, nei momenti eroici della violenza rivoluzionaria di massa, che vivono ancora nella coscienza del militante di classe e lo distinguono dalla razza dell’individuo borghese, si chiedeva estensione delle garanzie invece che dominio sui rapporti sociali, autogoverno invece che Stato, socializzazione del potere invece che direzione politica. Il residuo di sinistra democratica era qui, nelle lotte, nelle masse. Il salto concettuale-pratico di una sinistra di classe, presente questo limite, non funzionava, non vinceva. E fu l’epoca delle gloriose sconfitte. Non è su Marx, ma sulla classe operaia di Marx, che, con coraggio intellettuale, va puntato oggi lo sguardo critico della riflessione e della ricerca.

Parti de mouvement

Si può dire che in età contemporanea il problema si presenti esattamente rovesciato. La grande iniziativa del politico capitalistico, che si è sviluppata dall’interno di una crisi quasi mortale del sistema, le mutazioni nelle forme del potere e la rivoluzione sociale che ne sono seguite hanno finito per innescare un processo di riproduzione allargata della base sociale del cambiamento, del parti de mouvement. C’è stata una crescita della classe operaia storica, che ha reso visibile la forma inimmaginabile di un’epoca post-proletaria del capitalismo.
Lo sviluppo è stato più accelerato là dove il campo era libero dai livelli tradizionali della teoria e dell’organizzazione di movimento operaio. E d’altra parte la libertà di campo e l’assenza di questi livelli ha operato come processo di neutralizzazione della forza politica implicita in quello sviluppo. È ancora di nuovo il discorso sull’America e noi, sempre di più il cuore dei nostri problemi. Sta di fatto che l’estensione, guidata politicamente, della forma di capitale a tutta la società ha funzionato anche come conquista operaia del sociale. Proprio mentre si vedeva ad occhio nudo la sola crescita degli strati intermedi, si consumava in realtà la fine di una storia separata della classe operaia. Non c’era mutamento di soggetto, c’era estensione orizzontale, sviluppo materiale di soggettività. La «società civile» ne veniva sconvolta ed entrava definitivamente in crisi. L’autonomia del politico ha provocato la liberazione di forze sociali. Ce ne siamo accorti, in tutto il capitalismo dell’Occidente, alla fine degli anni Sessanta. Non a caso prima c’è un ciclo di lotte operaie. La liberazione più grande è quella della classe operaia dalla propria storia proletaria, la rottura del filo della continuità con l’eterno passato delle classi subalterne. Dentro il capitalismo riorganizzato la composizione sociale si disloca più avanti, non funziona più come semplice appendice della produzione, non è più né fabbrica e società, né capitale sociale, è sede ormai classica della mediazione politica e proprio per questo luogo forte di una critica del potere. La sinistra si può dire a questo punto che ha spezzato il limite della sua base sociale ristretta. Siamo oltre la nozione storica di sinistra di classe, senza che ci sia bisogno di recuperare la nozione preistorica di sinistra democratica. Là dove si prende atto di questo, si torna a vincere. Vedi la Francia e l’imprevista e prevedibile renaissance de la gauche. C’è un limite, che rovescia appunto i termini del problema. È in questa miseria delle idee e in questo drôle de parti. Ristrettezza della teoria, suo blocco, sua decadenza; ristrettezza dell’organizzazione, il suo non esprimere e non rappresentare: qui è il punto di difetto che impedisce l’aggregazione e l’articolazione delle forze in una iniziativa e in una strategia di attacco. Il marxismo + il partito (per dire il blocco di tradizioni teoriche, di costruzioni ideologiche, di forme organizzative politiche e sindacali) non è più il tipo di stato maggiore adatto a dirigere il fronte della lotta sociale. La complessità e la mobilità dell’esercito non si ritrova e non si riflette nella rigida volontà di semplificazione dei capitani. Di fatto, dirigenti non ce ne sono più. Non è più solo inutile assaltare il Palazzo d’inverno; sta diventando inutile sparare sul quartier generale.
Gli ultimi anni e questi mesi sono stati e sono decisivi per il destino di un vocabolo come quello di sinistra. Se è vero che la rivoluzione sociale, partita dallo Stato, è sfuggita poi al suo governo; se è vero che la potenza politica alternativa che essa portava con sé non è stata raccolta dalla forma attuale, pratica e teorica, del movimento operaio – se è vero questo, allora bisogna dire che il ritorno della sinistra è conseguenza oggi più di una maldestra manovra capitalistica che di una consapevole scelta delle forze che la contrastano. La grande iniziativa riformista del capitale, esemplificata e cementata nel blocco rooseveltiano-keynesiano, aveva deciso di manovrare la guerra di classe in modo articolato: l’uso del politico permetteva un’incredibile libertà di movimento, le classi venivano scomposte, le lotte utilizzate, i sindacati dei lavoratori ridotti a governo del salario, i partiti operai al farsi Stato delle masse. Non per la prima volta, ma certo con una chiarezza di comportamenti che non si era mai data prima, le classi dominanti si ponevano non più come partito dell’ordine costituito, ma esse stesse come partito del mutamento. La frontiera storica conservazione-progresso saltava. Una «sinistra» non si dava più. O meglio, si dava nella sola forma della contrapposizione a una destra totalitaria e fascista. Questo disegno di riformismo del capitale non è stato sconfitto. Questo disegno è fallito. E c’è ancora da misurare tutta la portata della differenza tra questi due esiti di una battaglia: battere di forza l’avversario sul campo o seguire sulla mappa la sua ritirata strategica.
Questi anni e questi mesi vedono appunto questa ritirata. L’offensiva neoconservatrice riporta di necessità indietro i contenuti dello scontro, con uno di quegli scarti verso il passato che sono classici nella storia politica borghese, la quale non conosce se non per bisogno ideologico le magnifiche sorti di una ragione eternamente progressiva. Questo ripassare all’indietro la «nuova frontiera» riformista si paga con la ricostruzione di una troppo nitida, troppo visibile, linea del fronte. È il blocco Reagan-Friedman che rilancia l’idea della sinistra. Vuole anch’esso internamente un blocco articolato, settori forti della produzione, gruppi sociali garantiti dalla logica del sistema, categorie eterne del mercato, valori consolidati dalla tradizione; e fuori, contro, il sociale nuovo, il magma caotico degli esclusi, ridotti a minoranza storica, non-lavoro, rivolta, violenza, di nuovo come il male, il peccato, il demonio. La sinistra si trova esposta a due facili errori. Uno sarebbe quello di schiacciarsi sulla rappresentanza pura e semplice di questa nuova subalternità sociale, nobilitata dalla festa dei movimenti, dall’estro dei nuovi soggetti e dalle utopie del tutto e subito. È la «nuova sinistra» in quanto contrapposta alla «sinistra storica». Un errore – direbbe Marx – perdonabile, come quelli di tutte le passate rivoluzioni proletarie. Imperdonabile sarebbe l’altro errore: quello di assumere in proprio così com’è il blocco degli interessi forti, spendendo lì sopra una mancata vocazione di governo, con l’argomento che solo la sinistra saprebbe mediare, dirigere, razionalizzare uno schieramento interclassista che comprende le grandi classi e che ha per nemico tutto ciò che non si sottomette alla loro «ragione». Questa è la vera illusione dura a morire, su cui la sinistra che conta è bloccata da decenni: l’illusione che il movimento operaio possa gestire, e sappia gestire, il riformismo del capitale.

Campo, non blocco

C’è un’opportunità che avanza. Lo schieramento conservatore che, ricostruendo se stesso, ricostruisce la sinistra, ha caratteristiche moderate che non riescono a prendere forma reazionaria. La nuova destra, quella seria, del capitalismo internazionale, è neoliberista, ma anche neoliberale. Il ritorno della sinistra ha di fronte a sé non la minaccia di uno Stato autoritario, ma una proposta di politica economica di vecchio stampo padronale. L’alternativa non è sui modelli di ristrutturazione del potere, ma su quale alleanza di forze sociali deve dirigerlo. Di nuovo, la Francia. La sinistra si trova a gestire la Quinta Repubblica, la monarchia repubblicana di Giscard, che fu la democrazia bonapartista di De Gaulle. Un’esperienza di estremo interesse. L’accento non cade più su unità delle sinistre, programma comune, fronte popolare, cioè sull’aggregazione politica di forze alternative, ma sulla capacità di direzione di quello che c’è di potere reale. Se la destra non è più il volto bieco dell’autoritarismo reazionario, la sinistra può non essere più la faccia d’angelo del parlamentarismo progressista. I passati decenni di esasperata autonomia del politico hanno avuto sulla sinistra l’effetto di una modifica di status: è un’illusione pensare di guidare il blocco sociale interclassista, ma è una possibilità puntare a gestire i luoghi del governo, liberi dal feticismo dello Stato. La grande trasformazione della sinistra si gioca su questo terreno. Essa torna a essere «partito di movimento», in un certo senso partito del progresso; contro la nuova area della conservazione. Essenziale è sapere questo, sentirlo, come una condizione arretrata, appunto europea, e molto, molto francese. Una vittoria elettorale della sinistra è come l’idea stessa di sinistra: non si sfugge alla sensazione di riconoscere un paesaggio già noto; e gli occhi diversi con cui si guarda lo mutano solo in parte. Per cambiare il partito del cambiamento, occorrono non uno, ma tre o quattro colpi di barra. 1) Conviene entrare nell’ordine di idee che per esercitare una funzione di governo non è necessario identificarsi con una forma-Stato. Governo senza Stato (per dire tutto in una formula abbreviata piena di senso; e chi vuole capire, capisca) è un passaggio di storia del capitale che il movimento operaio deve ancora percorrere e utilizzare. 2) Conviene recuperare il gusto del gioco politico, tornare a manovrare sul campo, per una teoria democratica amiconemico, ovvero, la politica come continuazione della guerra con altri mezzi. Intanto: marciare divisi frutta di più e «uniti si perde». 3) Conviene disfarsi del bagaglio pesante, per camminare più spediti. Quella che pesa di più è la tradizione; ma quello che stanca di più è il modo di portarla, la borsa della spesa nell’epoca della telematica. La dimensione di critica dell’ideologia è a questo punto largamente superata. Ci vuole produzione consapevole di nuove ideologie. 4) Conviene dipanare sul terreno un’operazione che punti a impedire l’aggregarsi di un blocco forte di produttori, di garantiti, di proprietari della ricchezza sociale, che passi a disarticolare là dove ha già preso forma questo blocco tendenzialmente moderato, articolandogli «contro» un arco sociale di forze, disponibili per un mutamento di direzione politica. Questa operazione è quella decisiva. Vince oggi politicamente chi sa conquistare consenso sociale in forme nuove. La crisi è arrivata infatti adesso ad attaccare le forme del consenso: non funzionano, come produzione di entusiasmo popolare, le ideologie storiche, liberaldemocratiche o socialdemocratiche; perdono colpi, per le difficoltà economiche che mettono in campo, le pratiche di governo dei ceti politici dello Stato sociale. È in atto un processo di liberazione di potenze ingovernabili alla vecchia maniera, disponibili, per la prima volta in epoca postrivoluzionaria, alla sperimentazione di una nuova idea di governo.
Per questo, la sinistra si trova ad essere campo non blocco di movimento. Alla fine di una lunga guerra di trincea. Costretta non a conquistare, ma ad abbandonare casematte. In una prospettiva di ripresa nell’avanzata. Esercito che prende su cose e si rimette in cammino. Struttura aperta fatta di partiti, di sindacati, di gruppi, di aree, di soggetti collettivi, di individualità socializzate. Forze creative, con volontà di contare. L’immaginazione + il realismo al potere. Magari con l’utopia, ma senza progetto. Un giorno per giorno talmente posseduto da funzionare come tattica di lungo periodo. Non c’è nulla che scompagina di più lo schieramento avversario che il non dichiarare dove si vuole andare. Il campo non ha più il centro nella tenda del comandante. La centralità politica operaia cambia di posto e perde di peso man mano che la sinistra funziona come società sbloccata, maggioranza sociale che decide e dirige. La lotta di liberazione delle forze sociali prevede anche un processo di emancipazione politica dalla classe operaia storica: la complessità della società nel capitalismo maturo va utilizzata in questo senso. Gli operai al governo possono sottrarre territori al dominio del capitale, ma devono farlo con un enorme spreco di forza, con una semplificazione eccessiva del rapporto sociale, con la dittatura del proprio sapere tecnico, contro l’uso «borghese» della cultura come consolazione dei privilegiati: l’esperienza del socialismo sovietico si può leggere anche in questo modo.
Per sfondare la frontiera dell’Occidente, la sinistra ha bisogno di utilizzare insieme capitalismo e socialismo. Deve catturare storia, bruciare passato e macinare esperienze. Non si può raffreddare troppo l’uscita dalla transizione, fino a fare della prospettiva un calcolo esatto disegnato dalla curva di un grafico. E non si organizza più un partito di movimento chiamando le masse a battersi per la prossima sconfitta. O vengono fuori nuove idee-forza e con queste si comincia a prendere potere, oppure la sinistra politica non riparte in avanti, batte il passo e non supera se stessa. Se «movimento operaio» maturo vuol dire la fine della storia delle classi subalterne, «sinistra» vuol dire l’eredità di questa storia, la forma, la veste che le lotte di oggi devono ancora assumere dal passato. Eredità non delle forze sociali oppresse, ma delle loro ideologie di vendetta integrale e di totale negazione. Dice Ernst Bloch che Marx stesso dà «alle necromazie della storia del mondo» la realtà dell’impulso. Così, nella crisi dell’età medievale i nuovi signori si sentirono romani e di nuovo pagani, i contadini tedeschi prima e i puritani poi attinsero lingua, passioni e illusioni dall’Antico Testamento, la Rivoluzione francese si drappeggiò con nomi, parole di battaglia, costumi, del consolato e dell’impero romano. In ogni movimento di rinnovamento funziona quello che Bloch chiama «elemento originario»: «come pratica del sogno più antico, come vastissima esplosione della storia eretica, come estasi del camminare eretti e della volontà di paradiso, volontà impaziente, ribelle e ferma». L’idea di sinistra è questo elemento originario. Non se ne può fare a meno. Si può solo svilupparlo e tradurlo nella lingua di una soggettività critica e disincantata, nell’esperimento di un governo di chi non ha mai governato.
Conclusione. Il termine «sinistra» è tutto da criticare teoricamente per insufficienze, ambiguità, storicità. È tutto da tenere politicamente. Dopo che l’esperienza del passato lo ha quasi distrutto, la pratica presente lo ricostruisce sul medio periodo, per noi e per l’immediato avversario. Qui, in questa tenuta politica di una idea senza teoria, si gioca una partita di abilità e di forza. Chi piazzerà meglio i prossimi colpi avrà più possibilità di vittoria.


Bibliografia

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