Antologia #2 – Valentino Ronchi

Da Canzoni di bella vita (Lampi di stampa, 2008)

(La parte buona dell’educazione)

Il pomeriggio, la domenica, seguivo mio padre
al Forlanini, a Baggio, al campo della Scarioni.
Giocava a pallone come certi giocatori zingari,
magiari o slavi, quelli che lo stadio un giorno
ama e l’altro insulta. Lo guardavo muoversi
in qualche modo diversamente da tutti gli altri,
cercare il difficile con elegante ostinazione
cocciuta. Nel cielo volavano certi grandi aerei,
in terra abbaiavano i cani correndo. E quando
venivamo via era felice se qualche numero
gli era riuscito, altrimenti restava coi suoi pensieri.
– Zingaro – gridava comunque per salutarlo
chi ci passava in bicicletta. Qualcosa andrà
buttato, e in fretta, qualcos’altro conservato.


(La greca di Pietro)

Pietro s’è trovato una ragazza greca scura
scura. Al caffè nostro arriva col vestito corto,
Pietro fa finta di niente ma guarda Patrizia
e le altre invidiarle le gambe alla greca
i folti capelli. E sul Corso, gl’altri anconetani
a passeggio ci guardano e noi ci sentiamo
belli tutti, come compagnia, per le ragazze
nostre che si tengono il braccio. L’altra sera,
all’Ascensore, il mare era illuminato, e io
lui e la greca, mi dice Pietro che cosa bella
così, forse non gli sarebbe capitata mai più.


(Inizio di novembre)

Chaque “fois” n’arrive qu’une seule fois
dans toute l’infinité éternelle du temps,
et pour cette raison nous la disons semelfactive;
chaque “fois” est à la fois première et dernière,
et pour cette raison nous la disons primultime.
Marie-Anne che si muove nuda per la stanza,
imposte socchiuse all’ora che gli altri pranzano,
quando ho indicato a un giovane italiano
la strada in francese, il film da solo al cinema
del Settimo, la mattina che, con pochi altri,
ho visto aprire il cancello pesante dell’università,
il coniglio bianco libero nel Jardin des plantes
che una ragazza si china a carezzare. Intanto
fuori è già novembre ormai e una parte
di quel che si doveva vedere si è già mostrato.


(Nel numero di maggio)

Ho inviato il plico all’editore. Indicazioni
battute, bozzetti per le fotografie,
persino alcune pose d’esempio fatte da me,
con Flaminia modella sicuramente
più bella dell’attricetta che troveranno.
Alla posta di Cecina. Poi sono salito solo
sulle colline di Guardistallo e riposo
su una panchina orientata verso il mare.
In una storia scritta per il numero di maggio
un uomo era innamorato da sempre
di una donna conosciuta e amata anni prima
e girava l’Italia per trovarla. Ricordo le foto
le avevano scattate sulle Apuane prima
e a Capri poi, in ultimo in un casolare
vicino a Camaiore. Una storia da poco certo,
ma pensare quanto aveva visto quel personaggio
– bellone maturo barba e occhi azzurri –
cercando e cercando e cercando.


(I fidanzati)

Magra minuta occhi grandi Claudia
è entrata in chiesa che ero fuori
a pensare a godermi da lì la scena,
da lontano. Sposarsi di febbraio
in una bella giornata di sole freddo.
Claudia giocava nel cortile assieme a me
era lunghetta e spigolosa. Dal quarto piano
bagnavamo la gente l’estate e zitto
non fare rumore non dire niente. Portava
i capelli corti, ora coperti dal velo, poi
a quattordici anni una domenica ci siamo
fidanzati senza farne parola con nessuno.


(La casa di Ostiglia)

Sono stato alla casa di Ostiglia, una mattina.
Bassa palazzina col giardino davanti, appena
fuori del centro abitato. Ho veduto la signora
nostra vicina di allora, quando avevamo il primo
piano col balcone sui campi. E la signora
mi ha chiesto, con buona pace alla gentilezza
e gli occhiali scesi sul naso, di mia madre,
mio padre, di quel che facevo io, ma noi,
per lei, siamo passati ormai, siamo il gusto
di ricordare se capita. Ostiglia pure era
sulle sue. La strada nel mezzo svuotata
dal primo sole estivo, la gente su un lato,
chiusi i negozi dove mia madre entrava
a comprare qualcosa. Al piccolo market
ho preso pane e affettato e una lattina
colorata. In piazza all’ombra ho mangiato
e bevuto. Ecco, è tutto così, ecco è tutto qua.


da Anna e Mélanie (Lampi di stampa, 2012)

L’estate non andiamo alla vacanza
andiamo al fiume qualche volta
la domenica il sabato a ferragosto.
Dalla mattina stiamo lì tutto il giorno
un posto che entri e ti danno un cartoncino
vale un gelato o una bibita quando lo consegni
e un chiasso di altri bambini e i grandi
che giocano al pallone, le mamme
scacciano le vespe dalle cose da mangiare.
A sera ci tirano fuori dall’acqua
ci pescano, raccogliamo le borse
le macchinine se ne escono in fila
da dove sono arrivate. Mi chiamo Anna,
è piuttosto facile da ricordare,
se lo scrivi in terra o sulla sabbia,
lo puoi anche leggere al contrario.


(Un giovane avvocato)

Il secondo amore non si scorda mai
pure se quello stupido coi capelli da Trotsky
mi ha tradito con la prima francesina. Il terzo
amore annoia un po’ ma ti spoglia
nelle stanze d’hotel al mare fuori stagione
il quarto amore alla fine lo si sposa,
perché la vita si dovrà pur fermare
in qualche modo prendere una forma. E

lui è un giovane avvocato asciutto
e premuroso, idealista appena, come un retaggio
una bella donna sua madre che ogni volta
che li vado a trovare mi mostra
le fotografie delle estati nelle Marche.
In questo modo così ragionando e amando
facendo e disfacendo ancora
sono passati alcuni anni dai venti ai trenta
come una carezza, una lunga giornata
che è chiaro che sei a metà della vacanza.


Milano è sempre più bella, sempre più bella
e indifferente agli amorini del pomeriggio,
alle professoresse precarie, ai giardini pieni
di ricordi di bambini, alle piscine all’aperto
fra le case, ai suoi ragazzi e alle sue ragazze
che crescono conservando i quaderni
del liceo e i diari chiusi nelle cassapanche.
Mi ricordo quando i sabati di gennaio…


Niente di speciale, è solo un baretto ricavato
da una vecchia sala d’aspetto il Termini bistrot,
niente di particolare ma buono per il caso. Anna
e Lorenzo e la piccola Francesca che spilucca educata
il piccolo panino. Le han detto mangia,
che il viaggio da Roma – che era proprio il caso
di visitare – alle Marche – dove l’aspetta la nonna –
è lungo e bisogna cambiare due treni. Dietro di loro

all’altro tavolo la bella Mélanie che trent’anni
fanno una donna con tratti marcati da ragazza,
inquieta, una valigia leggera e un taccuino blu.
Prenderà un treno per il Sud, vuole rivedere Napoli
poi scendere in Sicilia. Il bistrot è pieno,
i tavoli troppo attaccati, Anna la urta appena Mélanie
si volta le dice scusi, l’altra dice niente, in italiano
una dell’altra pensa che bella donna che bel sorriso
poi si voltano di nuovo e per sempre e tornano

alla propria vita come io alla mia interrotta qua e là
certe sere al tavolo per scrivere di loro, intuire
ricordare. Fino a che un giorno il tempo sarà
passato del tutto – e non così a piccoli tratti –
e tutto sarà per allora di colpo semplice
semplice e facile da capire.


Valentino Ronchi (Milano 1976), libraio, ha pubblicato in poesia Canzoni di bella vita (2006 e -in edizione accresciuta e corretta- 2008) e Anna e Mélanie (2012, Premio Carducci). È autore del romanzo Vecchi libri per quest’epoca incerta (Foschi, 2013) e della raccolta di racconti Avevo litigato con uno svizzero (Italic Pequod, 2014).