“Non vi è meta, solo viaggio” – Un inedito di Beppe Mariano

Il giorno venerdi 8 luglio 1989 si è staccato
dalla parete Nord del Monviso un grande
blocco, ritenuto perenne, di pietra e ghiaccio.
Crollando ha colmato quasi completamente
il sottostante lago Saretto a 3.300 m di quota.

(Quattro mesi dopo, il 9 novembre, un altro diverso crollo…)

Può capitare di non accettarsi più fino al punto di rifiutare il proprio “io”?
Può capitare, ha detto l’analista.
L’ha detto però con il tono di chi accondiscende a un’ipotesi puramente teorica.
Non ha capito che stavi già attuando il proposito.
Hai mancato volutamente gli appuntamenti che ti aveva fissato.
Come si lascia un indumento troppo a lungo indossato, e più volte rattoppato.

Hai trascorso una notte di sonno profondo.
A un certo punto però, pur senza incubi, il cuore ha cominciato ad alterarsi.
Ti sei svegliata con la sensazione che il cuore ti fosse stato strappato: una fitta atroce a toglierti il respiro.
Hai cercato se c’era sangue tra le lenzuola; ma hai trovato soltanto macule di sperma ormai sbiadite, di un compagno occasionale.
Improvvisamente hai visto ciò che non notavi da molto tempo per averlo sempre sotto gli occhi: il vaso antico dei tuoi nonni.
Ti è apparso screpolato: e recente la sua screpolatura. Sei convinta che sia un avvertimento.
Qualche cosa di grave deve essere accaduto da qualche parte.
Hai avvertito il bisogno di lasciare la città e di partire.

Di partire per la montagna. Verso la tua condizione natia.
A ritrovare il tuo alveo placentale.
Impaziente, risusciti dal ripostiglio un vecchio zaino di un tuo nonno, quasi incolore e sbrecciato, che per anni hai conservato come fosse un totem, allo stesso modo esagerato, ti dici, di quelli che hanno esaltato la genuinità della vita, invece grama, della pastorizia. Lo rivalorizzi infilandovi il vestiario essenziale: scarponcini, calzettoni, calzoni pesanti, tre maglioni, guanti, un plaid, indumenti intimi. E medicinali di pronto intervento.
Ma aggiungi pure il non visibile raccoltosi negli interstizi della casa.

Era tanto tempo che non ti alzavi con il giorno.
Negli anfratti del tuo recinto cementizio riesci a scorgere uno spezzone di cielo vagamente colorato d’un rosa plumbeo.
Neppure un’intera notte di quiete è riuscita a ripulire un cielo smogato.
Ti vesti provocatoriamente di colori squillanti. Osservi il tuo volto nello specchio del bagno, come hai fatto ogni mattina per tanto tempo, e ti dici che questa è l’ultima volta… l’ultima volta che ritocchi il tuo volto.
Oltre allo zaino sistemi sulle spalle un sacco a pelo.
Concedi un ultimo sguardo all’alloggio che ti ha ospitata negli ultimi cinque anni, al mobilio già trovato, inaugurato da altri, ai tendaggi e ai tappeti con cui hai migliorato la residenza, ai libri, agli inutili libri…

Fardellata del tuo zaino, scendi in strada.
Intenzionalmente lasci cadere la chiave di casa (anzi, tutti e due i mazzi) nel primo chiusino che incontri. Estrai da una tasca una mazzetta di denaro.
Vorresti buttarla nello stesso chiusino… ma ci ripensi e desisti.
Alla stazione ferroviaria ti guardano incuriositi.
Con uno zaino d’anteguerra a tracolla sei probabilmente scambiata per una profuga.
Chi però confrontasse con più attenzione i tuoi vestiti di buona fattura con il vecchio cimelio, penserebbe a un tuo tocco snobistico.
Bisognerà rimediarvi.

Vi è quasi subito un treno per Savigliano. Poi la coincidenza per Saluzzo.
In treno rimedi una “Stampa” abbandonata. Vi leggi l’angosciosa notizia.
È crollato il grande cuore di pietra e ghiaccio del Monviso. È precipitato a valle, ostruendo buona parte del lago Chiaretto.
Dai primi accertamenti non sembra vi siano vittime e neppure persone disperse. Altri animali, è possibile.
Il giornale commenta con rammarico la perdita del piccolo ghiacciaio, che avrebbe dovuto essere perenne, come sono (come erano) appunto i ghiacciai. Sei sbiancata in viso.
Ti rendi conto che lo squasso notturno del tuo cuore non è stato che il piccolo riverbero di quello enorme del Monviso.
Era il segnale che inconsapevolmente attendevi.
L’hai interpretato come una partenza necessaria. Sei in viaggio, infatti.
Quel segnale era dunque il segnale.

Hai di fronte, seduta, una donna anziana, eppure rapida nei movimenti (sta preparandosi sul tavolinetto la colazione).
Il suo viso ha la stessa rugosità di certi alberi. Per contrasto le risaltano gli occhi d’un forte ambrato.
Ha apparecchiato con una tovaglietta modesta sulla quale ha posato forchetta e coltello plastificati. Apre una borsa di carta rugosa, vi guarda, come perplessa. Vi ritira le posate e la tovaglietta. La segui con uno sguardo interrogativo.
Comincia a scrutarti in modo intenso, come ti riconoscesse, o le ricordassi una conoscente. Ma tu non ricordi d’averla mai veduta.
Ti si rivolge con un pretesto: estrae una fotografia che ritrae una ragazza: la osserva. Ti osserva.
Più sorpresa che infastidita dal confronto, la fissi in modo sempre più interrogativo.
– È la mia figlia perduta – risponde avvicinando ancor più ai tuoi occhi la fotografia. Vi è in effetti una certa somiglianza al tuo viso.
– Si chiama Anija -. E comincia a raccontarti la propria vita.
Una vita svoltasi dapprima normalmente (per quanto possa essere normale vivere in un regime totalitario) tra casa e lavoro in una cittadina della Serbia; ma diventata poi una vita straordinaria, e in un certo senso consequenziale, quando è stata internata, in seguito ad una delazione, in un gulag
di cui -precisa- non si conosce tuttora l’esistenza, o non la si vuol conoscere.
Vi ha passato cinque anni, alla maniera di un Denissovic donna. Ammutolisce e torna a fissare la fotografia di Anija.
Provi imbarazzo per quel silenzio che sembra d’accusa.
Tu del resto sei di quelli che non sapevano, o non volevano sapere.
Ma il grumo di tensione si scioglie: ti indica la finestrella che sta inquadrando il Monviso.
– Anche da noi c’è una montagna così, che sembra disegnata da un bambino. Anija l’aveva scalata due volte. E l’ultima volta di notte -. Ti guarda con intensità. – Tu sei così simile a lei. Come quella montagna è simile alla nostra -. Abbassa lo sguardo e diventa pensierosa.
– Non so se è ancora viva. O se è già volata in cielo. In cielo per davvero. Vedi, lei aveva un desiderio molto particolare. Fin da bambina voleva diventare una stella. S’incantava davanti ad un cielo stellato… Immaginava che un giorno sarebbe diventata una stella tra le stelle. Raccontava che sarebbe bastato un forte, un fortissimo desiderio per compiere il miracolo -.
Poi, come a voler spiegare quella stranezza:
– Ho sempre pensato che fosse un modo di evitare una realtà oppressiva e paurosa -.
Guardandoti, mischiando tenerezza e disperazione avanza timidamente una mano a carezzarti una gota.
Anche la mano sembra tolta dalla corteccia di un albero. Non ti ritrai.
Ti commuovi, anzi, al pensiero che questa donna, certo resa strana dalla sofferenza, non è in fondo che una delle tante violentate dalle guerre.
Una povera stella anche lei tra le infinite d’un firmamento di vittime.
In tanta normale anormalità, che vuoi che sia una donna che sublima in fantasia la perdita della figlia?
Ha riaperto la borsa cartacea, ha predisposto di nuovo la tovaglietta e le posate.
Questa volta finalmente estrae anche la cibaria. Rimani sorpresa, meravigliata: la donna ha estratto le stelle, simili a quelle disegnate da una mano infantile: ossia tre pani ognuno a forma di stella.
Te ne porge uno, con mezzo sorriso malizioso. Non osi rifiutare: ne accetti la metà.


Incipit di un racconto-poesia, in corso di stesura, di Beppe Mariano.

Beppe Mariano (Torino, 1938) è poeta e autore teatrale. Nel 2012 è comparsa, per Nino Aragno Editore, l’intera raccolta dei suoi componinimenti dal 1964 al 2011, intitolata Il seme di un pensiero.