Appunti su Godard

1.
È un limbo fonico tra “addio” e “deità”.
Addio alla metafisica del linguaggio. Gli dei silvestri torneranno dopo la fine di un sistema cognitivo imploso.
È un’opera sulla rinascita della lingua dopo la fine del linguaggio. Sulla rigenerazione dell’uomo dopo il massacro della tecnica.
“Tutte le nostre invenzioni e i nostri progressi sembrano risolversi nel fornire una vita spirituale alle forze materiali e nel mettere in ridicolo la vita umana riducendola a una forza materiale.” (Karl Marx)
“Ah dieux, oh langage…”
“Adieu au langage.”.
È una citazione di Monet in cui Godard ci dice non si possa più dipingere ciò che vediamo, perché non vediamo più niente, né ciò che non vediamo, perché non si dipinge quel che non si vede. Però possiamo dipingere il “non vedere”.
È un avvenimento traumatico che dovrà accadere. Il riferimento documentaristico alla guerra come falsa memoria, travestimento di una profezia. La ripetizione ciclica delle crisi di un sistema che ha continuato a pensarsi razionale anche dopo la sua metamorfosi in barbarie.
È la notte in cui viene lanciata una video-lettera tra i flussi di questo naufragio.
È la bolla in cui si esaurisce la possibilità di stabilire una relazione linguistica tra individui (orizzontalmente e verticalmente, tra artista e pubblico).
È una coppia che non può più intendersi ma solo perdersi per ritrovarsi. Un uomo e una donna non riescono a comunicare se non avvitandosi in citazioni, senza esperienza diretta del mondo, in un deserto di riferimenti culturali.
È un isolamento che si deve attraversare, come la notte di Hölderlin, per denunciarne il limite. Per prenderne coscienza fisica. Rileggere Perché i poeti nel tempo della povertà di Heidegger. La fine avviene quando il presente è esaurito.
Uno sparo, poi. Chi sanguina? Di chi è il sangue?

Adieux

2.
Godard è la figura femminile della coppia.
Ha avuto un’esperienza. Ha visto l’Africa. Come metafora di uno spirito. Lo chiameremo lo “Spirito del Sud” (perché riguarda non soltanto un continente specifico). L’assenza di un asservimento alla tecnica. L’impermeabilità alla dittatura del tempo. “La tribù dei chikawa chiama il mondo la foresta”.
La ragazza/Godard ha fatto esperienza del silenzio. Ma la sua rivelazione è intraducibile. Lo dice: “È possibile produrre un concetto di Africa?”. Lo dice di nuovo. Lo ribadisce.
La rivelazione non sarà mai nominata ma solo mancata. Come nell’armonia musicale orientale è il vuoto e non il pieno a consistere.
La ragazza/Godard come paradigma del non potere (non di un contro-potere; ma di un’assenza, di una impermeabilità).
La ragazza/Godard vive per dire no e morire.
La ragazza/Godard incontra un cane. È il simbolo centrale dell’opera. La metafora che dà il titolo al secondo capitolo del film. È il protagonista.
Il cane è realmente il cane di Godard. Gran parte delle immagini digitali (fotografie di natura, sovraccariche di colore) sono estratte da video amatoriali privati.
L’Africa, il silenzio, l’esperienza individuale (l’esperienza lirica), il “sacco di pulci” che la ragazza/Godard trova in un casello autostradale, tutto diventa lo stile amatoriale che attraversa la natura istintivamente ma con maestria. Istintivamente ma con maestria.
Il cane nella storia dell’arte è icona di fedeltà. L’uomo della coppia lo dice. È la sola creatura al mondo in grado di amare l’altro più di se stesso.
Il cane dell’opera è questo movimento di “scoperta dell’altro”. Non parla ma guarda, fa esperienza, nuota, si affaccia, torna indietro e comunica ai parlanti che ha visto qualcosa. Chiede di essere seguito. I parlanti parlano. L’entropia linguistica e l’astrazione concettuale isolano l’individuo dall’incontro e dall’esperienza del mondo. Un iper-linguismo che abolisce l’incontro. Che abolisce l’altro. Il cane vede e chiede di vedere. Guarda negli occhi. Denuncia la crisi.
La crisi del dio linguaggio può condurre a una rinascita della vista.
Dal dio maschile del giudizio alla dea creaturale del silenzio e della “foresta-mondo”.
Ho visto questo film a Roma, il 5 dicembre, con Giulia.

Adieu Godard

3.
Esco dal cinema pensando ancora a questo: alla maestria nello stile amatoriale.

Adieu 3

[DN]