Baudelaire e la “dittatura” del Tempo

Il Tempo è una delle facce dello spleen, e in esso rintocca la Storia che inchioda nel suo scandire il tempo tutte le uscite dal mondo. Baudelaire era ossessionato dagli orologi. Secondo una testimonianza il dandy per orrore del tempo, avrebbe tolto le lancette al suo orologio, ma negli ultimi mesi in Belgio l’orologio tornò a infestarlo come uno spettro, quell’orologio che aveva impegnato al Monte di Pietà per pagare i debiti e che non riusciva a riscattare: in Belgio doveva servirgli per scandire il tempo del lavoro, per trasformarlo nell’uomo che non perde tempo, e come un bravo operaio delle lettere produce scrittura.


Ma il Tempo travestito da cartiglio barocco, che è facile confondere con il memento mori della tradizione poetica, è al contrario in Baudelaire il segnale che indica la prossimità all’elemento storico, al saeclum, al tempo della Storia condannato da san Paolo: il tempo in cui si compie sempre l’ingiustizia, il tempo che collabora con la legge del più forte, con il Male. E il Tempo è il tempo di lavoro che Baudelaire aveva imparato a calcolare a sue spese quando traduceva Poe come un operaio a cottimo: tante righe, tanti franchi; il Tempo è la realtà dei fatti che con la sconfitta dei ribelli nel giugno ’48 e con la dittatura del Secondo Impero aveva posto fine al sogno della liberazione; il Tempo era quel cambiamento catastrofico che aveva rotto l’immobile felicità della sua vita in comune con la madre, quel cambiamento osceno che aveva portato il colonnello Aupick a rubare la madre-amante al bambino di sei anni; il Tempo è quello che con la scuola ha dato inizio al calvario della noia, del produrre, dell’ubbidire: e solo quando il Tempo si arresta o si dilata, in Baudelaire si intravede la salvezza.


Nel 1862, in un poème en prose intitolato La chambre double, il tardo Baudelaire evocò una «camera che somiglia a una fantasticheria», una camera «veramente spirituale» in cui anche l’arte è bandita, perché dove domina il «sogno puro» del sogno costruito dall’arte non c’è più bisogno. Nella Chambre double tutto è semiaddormetato o semisveglio in «una vita sonnambula», una vita in cui la materia ha ritrovato l’anima e persino «le stoffe parlano una lingua muta»: e dove, come una regina sul trono, sul letto giace «la sovrana dei sogni». In quel luogo la vita è ritrovata, e trabocca immobile nelle ondulazioni della sintassi, in un ritmo placido dove la voce respira senza paura: «O beatitudine! Ciò che noi chiamiamo in genere la vita, anche nel suo espandersi più felice, non ha niente in comune con questa vita suprema che ora conosco e che assaporo minuto per minuto, secondo per secondo!». E sull’accenno ai secondi assaporati come se fossero secoli, la musica a ondate del poemetto si fa trionfale, squillante, incalzante, con i clarinetti acuti di tre punti esclamativi a scandire l’arresto del tempo: «No! non ci sono più minuti, non ci sono più secondi! Il tempo è scomparso; e regna l’Eternità, un’eternità di delizie!».


Ma subito dopo aver fatto balenare questo giardino paradisiaco, Baudelaire lo sprofonda nel suo contrario, e il capoverso successivo attacca sul «Ma» iniziale un terremoto interiore che rovescia la prospettiva edenica, e segna il ritorno eterno dell’uguale: «Ma un colpo terribile, greve, è rimbombato alla porta: e, come nei sogni inferi, mi è sembrato di ricevere un colpo di vanga nello stomaco». Il sogno è interrotto da uno di quei soprassalti di risveglio che mordevano al ventre Baudelaire nel suo sonno di malato, quegli incubi che lo perseguitarono fino ai giorni del Belgio e che rendevano precarie e lucide fino al dolore le sue notti. Nel colpo di vanga che taglia lo stomaco, la camera «veramente spirituale» si dissolve come una magia fasulla, un illusionismo da baraccone: e di colpo La chambre double registra nel corpo della poesia le ferite storiche, gli sfregi della realtà.
Ora la stanza appare a Baudelaire come è, come l’ha resa da sempre la sconfitta della ribellione, la vittoria dei Padri, dei sempre Vecchi, del Male. E aprendosi su due acutissimi vocalizzi, due voci di adolescenza violata, il periodo prosegue con una doppia cesura e un affogare della musica in una marcia funebre che evoca la follia di spettri che ritornano in massa: «Oh! Sì! Il Tempo si è restaurato; il Tempo ora regna sovrano; e con l’odioso vegliardo è ritornato tutto il demoniaco corteggio di Ricordi, di Rimpianti, di Spasmi, di Paure, di Angosce, di Incubi, di Collere e di Nevrosi».


La «brutale dittatura» del Tempo nella Chambre double era la notte che pochissimi stavano vedendo arrivare, apparsa in Francia come Secondo Impero, ma capace di travestirsi sotto molti nomi. Inchiodati al carro del tempo i nuovi schiavi, addestrati e addomesticati nel nome della liberté e della fraternité, dovevano avere un solo compito: lavorare per sbarrare i cancelli che riportavano all’eden, demolire le barricate del giugno ‘48, anche nella memoria, e lasciare che al posto della vita vera del giardino delle delizie si instaurasse nel mondo la sua parodia. Baudelaire non tacque sui massacri del giugno ‘48, non sputò sui morti, non chiuse gli occhi, non si tappò le orecchie, non si isolò nel sogno della bellezza: come gli fu rimproverato con astio ottuso dai progressisti ingenui, come gli fu attribuito per lode sciocca dai reazionari ignoranti. Parlò, ma parlò alla sua maniera: nell’ambiguità della poesia, nella smorfia stravolta del viso, nel mutismo in cui il ventriloquo dà la parola alle viscere della tenebra.


Da Il ribelle in guanti rosa, di Giuseppe Montesano (Mondadori, 2007).

Giuseppe Montesano (Napoli, 1959) è romanziere, ma anche critico letterario e traduttore. Con Giovanni Raboni ha curato l’edizione delle Opere di Charles Baudelaire per I Meridiani. Ha vinto il Premio Napoli con A capofitto e il Premio Viareggio con Di questa vita menzognera.