Antologia #1 – Nadia Agustoni

Da Quaderno di San Francisco (1998-1999) (Gazebo, 2004)

Due

Chi ti cerca cielo
Su queste scale di ferro?
E quali poche certezze
Sono più lucide
Dell’intermittente neon dei locali?
Qui non crescono funghi
Ma i pazzi come in un serraglio
Sono tutti uguali
Parlano con le ginocchia piegate
Per così poco
Che ti commuovi
E prendi l’autobus per forza
Con la paura di sapere che esisti.

Tu non sai dove sia la festa
Ma i caffè sono pieni di ragazze che ridono
E ragazzi in canottiera si sfidano
Come dei bravi
E danno l’idea di un coro lieve
Di re in esilio.
Ti verranno le ali così indifesa
E non senza gentilezza
Stai già amando questa gentilezza
E sei ancora giovane per piangere.


Tre

M’intenerisce l’approdo
A un altro tempo.
Felice questa fortuna
Ma cos’è poi se non ore più forti?
Gioco a scacchi sull’Avenue
Con un signore simpatico
Ma non so niente di scacchi
E lui ride, dice “italiano”
“molto grazia” dice.
Non posso capire tutto!
Chi vive e chi muore
È lo stesso
E non sono più le mie parole.

C’è un mercatino più avanti
Fatto da Vietnamiti
L’etnia più povera
E tutto costa pochissimo
Sa di un’adesione precaria.
Le mele ammaccate
I teli, le grandi sporte
Mi fanno pensare a Roma
A com’è Roma ogni tanto
Nel suo vociare e arrendersi
Nelle piazze scoperte.
Mi dico: “non smettere mai la libertà”.
L’amore se lo pronunci è freddo
Ma tu non hai perduto l’amore
Hai perduto te stessa.


Quattro

Mi rovino la vista sui flippers
Finché il ritmo più recente cala
E scende un po’ di notte in questa notte
In cui capricciosi angeli
Si scusano dai tram
Con la fretta di chi mancherà il desiderio
O la vita intera.

Ci sono cose non dette
Che non diremo mai
E c’è un saperla lunga su tutto
Che dice cosa conosciamo veramente.
Infine non siamo capaci
Di volere meno.
L’alba è fatta di acqua, di foglie,

Di alberi immensi
Che sono vicino al cielo
E non hanno bisogno di sciocchezze
Perché trovano i giorni, la luce
Un tempo corteccia
Quell’accadere gentile, alto.
I cortili hanno sonno

Chi li ha vissuti è morto
Nessuno parlava inglese, forse sì e no
Quanto bastava a chiedere un modulo
O forse cucinavano cibi pesanti
E nei capelli grigi
Separavano i sogni dalla realtà
Così amara a volte e a volte così dolce

Che non se ne curavano.
Quaggiù i pensieri sono sempre vuoti
E la fatica ricresce limpida.
Una donna, Nativa Americana,
Ha la bocca che si spezza
Ma riposa, pare fiorire.
È così mite che i corvi scappano.


Cinque

Un luogo pare fermo:
Il project name aids.
Me lo indicano due lesbiche
E ridono del mio spagnolo
E perché parlo male l’inglese
Ma una ha visto Firenze
Dice che l’Italia è bellissima.
Lascio stare tutto
Quello che provo o non provo
I crucci minuscoli
E sto sulla terra per un po’
Con quell’aria egoista
Di chi deve vivere.

A Columbus Avenue
Nella libreria dei poeti
Ho comprato cartoline dei poeti
E ho detto “buongiorno” in italiano
A Ferlinghetti, che ha detto “buongiorno” in italiano

Le settimane riempite di eroismo
Maturano la calma e oltrepassando le immagini
Vedo la cinica pretesa di euforia dei turisti
E quel farsi corpo degli Americani
Così futile e ignoto.

Sono nata in un posto
Tra cose acerbe
Da gente per bene che ha paura
E ho gesti frugali, desideri fragili
E una memoria di carta
Così elegante
Che lascia in pace il prossimo.


da Taccuino nero (Le voci della luna, 2009)

lavoro dell’alba

Lavoro dell’alba, shock mattutino
l’aspettare, tenere l’attesa che è acino maturo,
confondersi al quadrare dell’ora
far su le cose con gesto grezzo e grande
che t’impari quel che è creato
t’impari un sonetto di silenzi
prima del rumore delle ferramenta
che esplodono quando ti maciulla il costato l’ingranaggio
e tu sei arnese che pensa e non pensa ch’è presto ancora
e tardi farai anche alla tua veglia
che hai un sonno vivo
un sonno di redenzioni e d’innocenza
dove ti tocca nascere
ma nasci appena un po’ e bambina
che avrà neanche parola neanche l’asciugarsi del pianto
né un angelo infermo che si biasima.


i fatti spogli

Ma è difficile tenersi all’abbaglio
succedono a noi le cose, i fatti spogli,
a un corpo cui l’ombra si fa callosa
e c’è il disturbo degli occhi
il loro ammaestrarsi a vedere soltanto
l’ovvio.

Diventiamo soli e inventiamo
di stare in disparte, di non sapere niente,
perché niente collima con l’orda dei no
come se un’altra sostanza ci facesse umani
ma è lo stesso dirlo o lasciar perdere.

L’archeologia industriale ricostruirà
il gesto intero della vita,
ma non la brama del gesto,
non il morso nella carne, il contemplare
lo spazio.


isola

Che isola è questa che moriamo tutti i giorni
1440 minuti che fanno 24 ore e togline 8
sottrai i minuti esatti, contali uno per volta
moltiplicali per settimana mese anno
e dimmi se non sono formicaio se brulicano
meno delle vespe, se ti sembrano buchi
o fanno crac e intonano le ossa una e a capo,
e da capo, uguali a puntini che rilanciano
il discorso, di mostri imitano le bocche
e lo sgolarsi di voce-fame in un esilio doppio
e mai visto, di musi e tradimento?


questi paesi

Il nuovo diluvio universale non toccherà questi paesi
il grigio che affonda nel cielo riemergerà
e l’ala di un corvo vicino al sole si aprirà
come un gheriglio e il vuoto golfo di ossigeno
sentiremo sopra la testa, i volti come cruna d’ago,
pertugi da cui nulla scaturisce.

Diradandosi il mondo lo avremo alle spalle e i deserti
simili a un’infanzia cresceranno fino alle parole
e un minimo miraggio coglierà l’occhio, un luogo
di serena pazzia, senza pomo della discordia, senza ricordo.

Si andrà eterni all’eterno e l’angelo sadico tradirà sulla soglia
chiudendola a chiave con l’urgenza superiore del fato e dai pori
sudando la forza, verrà a galla il cuore, nuoterà l’aria intera
e arderà un sogno nascendoci da capo, cominciando.


Nadia Agustoni (1964) scrive poesie e saggi. Suoi testi sono apparsi su riviste, antologie, lit-blog. Del 2013 è il libro-poemetto Il mondo nelle cose (LietoColle). Una silloge di testi poetici è nell’almanacco di poesia Quadernario (LietoColle 2013). Nel 2011 sono usciti Il peso di pianura ancora per LietoColle, Il giorno era luce, per i tipi del Pulcinoelefante, e la plaquette Le parole non salvano le parole, per i libri d’arte di Seregn de la memoria. Del 2009 la raccolta Taccuino nero (Le voci della luna). Altri suoi libri di poesie, usciti per Gazebo, sono: Il libro degli haiku bianchi (2007), Dettato sulla geometria degli spazi (2006), Quaderno di San Francisco (2004), Poesia di corpi e di parole (2002), Icara o dell’aria (1998), Miss blues e altre poesie (1995), Grammatica tempo (1994). Vive a Bergamo.