Sparare sugli orologi!

Dunque, perché parlare di spiritualità? Userò delle frasi nette. Mi scuso con voi, ma siccome adesso si parla in genere senza dire niente, io uso il criterio opposto, cioè scelgo delle frasi che dicano il massimo che si possa dire. E allora, perché la spiritualità? Perché il capitalismo ha fatto il deserto all’interno dell’uomo. Perché il capitalismo ha reciso le radici dell’anima all’interno della persona, e questo è un grande motivo culturale di lotta al capitalismo. Culturale: perché ci sono anche altri motivi di lotta, anche più seri e più fondati. Ma questo è un motivo di lotta che non vedo essere sollevato con efficacia da nessuna delle poche forze anticapitalistiche rimaste.


Allora, la mia tesi è questa: la spiritualità è un linguaggio della crisi. Ecco perché nella crisi della politica cui assistiamo oggi entrano e devono entrare le parole della spiritualità. Cito alcune di queste parole che Bianchi racconta una per una. Sono molte, ne ho scelte alcune fra quelle che sento più vicine: ascesi, vigilanza, pazienza, ascolto, meditazione, preghiera, silenzio, solitudine. Sono tutte parole oggi alternative a tutto ciò che ci circonda. Noi viviamo nella società della fretta, del movimento accelerato, della corsa quotidiana, dell’arrivare in tempo, dell’orologio. La prima cosa che fecero i comunardi (splendidi!) quando conquistarono Parigi fu di sparare sugli orologi. Credo che sia un’immagine stupenda della rivoluzione.


Proprio oggi ho riletto una frase di Marx, accusato a volte – da qualche “parroco di campagna” – di essere soltanto un materialista. Una frase di Marx del ’56: “con la stessa velocità con cui l’umanità diviene padrona della natura, l’uomo pare assoggettarsi ad altri uomini. Tutte le nostre invenzioni e i nostri progressi sembrano risolversi nel fornire una vita spirituale alle forze materiali e nel mettere in ridicolo la vita umana riducendola a una forza materiale”. Questo è Marx! Nella nostra storia, nella storia delle classi che si sono ribellate al loro sfruttamento, al loro dominio, c’è stata una spiritualità profonda, tutta da riconoscere.


Insomma: io dico che bisogna evocare il soffio dello spirito per disordinare il mondo. Voi direte: ma il mondo è già abbastanza disordinato, non c’è bisogno di ulteriore disordine. No, rispondo io, perché l’attuale disordine è conseguenza dell’ordine che ci opprime, non è un disordine spontaneo. È un ordine che dall’alto provoca questo disordine. Noi abbiamo bisogno di disordinare il mondo dal basso. Ora, gli spirituali – si chiamavano così – erano sempre eretici. Gli ordini spirituali nascevano per contestare l’ordine gerarchico della Chiesa. Io credo che dovremmo ripartire da qui, da quando Gesù risorto sta per lasciare i discepoli e dice loro: ricevete lo Spirito. Ecco il lascito inutilizzato che abbiamo ancora tra le mani. Veramente diceva: ricevete lo Spirito Santo. Ma qui sorge un’altra domanda: è necessario che sia Santo questo spirito, non basta che sia – appunto – Spirito?


E ora, veramente, l’ultima battuta. C’è una figura un po’ hegeliana e un po’ nietzschiana – più nietzschiana che hegeliana – che io amo molto: è quella del frei geist, dello spirito libero. È una figura novecentesca, che Nietzsche ha lasciato al Novecento, perché ha trovato un suo seguito in grandi esperienze teoriche, per esempio nel principio speranza di Bloch o nella coscienza del proletariato del giovane Luckacs, oppure nel comunismo teologico di Benjamin, in quello escatologico di Taubes. Ecco l’ultima frase netta: la spiritualità è libertà. Perché la libertà o è libertà dello spirito, o è soltanto un’altra forma di oppressione. Con questa sentenza da militare concludo il mio discorso.


Da Lo spirito che disordina il mondo, di Mario Tronti, intervento svolto durante l’incontro “Politica e Spiritualità” organizzato il 16 novembre 2006 dalla presidenza del Consiglio provinciale di Roma e pubblicato su ADISTA n. 6 del 20 gennaio 2007 (leggi l’intervento integrale: qui)

Mario Tronti (Roma, 1931) è un filosofo e politico italiano, considerato uno dei principali fondatori dell’operaismo teorico degli anni sessanta.